Sono i consensi che l’ad Luigi Lovaglio deve trovare entro un mese e mezzo per tenere vivo il progetto di “terzo polo” bancario, che troverà un bivio stretto nell’assemblea straordinaria Mps del 29 ottobre. Niente a che vedere con l’assemblea superata di slancio dal management di Intesa Sanpaolo, che giovedì ha incassato con il 97% di consensi la delega a emettere le nuove azioni, che da ottobre offrirà ai soci Mps nella sua Opas. L’ad Carlo Messina ha avuto la strada spianata da un blocco coeso di azionisti (le fondazioni, al 20% del capitale) che da anni ne sostiene le strategie; oltre al fatto che i suoi investitori istituzionali, al 58% del capitale, da anni lo apprezzano: ragion per cui gli advisor Iss e Glass Lewis avevano già suggerito ai soci del mercato di sostenere l’operazione.
L’azionariato Mps, lo si è visto al rinnovo del cda di metà aprile, è instabile e poco coeso. E Lovaglio sa che solo se porterà dalla sua parte almeno metà degli investitori istituzionali — che hanno circa il 36% del gruppo — potrà far partire le due Ops su Banco Bpm e Banca Generali. Due gare, giova ricordarlo, che si giocano in casa (l’assemblea di ottobre a Siena) e in trasferta (le future offerte in Borsa, a inizio 2027). Ma Lovaglio, che oggi a New York parlerà all’evento di Barclays e poi sarà a Londra alla conferenza di Bofa dal 22 settembre, sta per cominciare il suo lungo road show per trovare proseliti a sufficienza.
L’adunata di fine ottobre è straordinaria, quindi servono i due terzi dei sì per approvare ogni punto chiave. E si può presumere che presenzierà circa il 65% del capitale, la stessa affluenza di aprile per nominare i vertici. Solo che allora Lovaglio aveva i due proxy advisor dalla sua parte, e alla “sua” lista presentata da Plt Holding bastava prendere più voti della lista del cda per vincere. E così fu, con un 32,5% di voti, contro il 25,2% della lista del cda e il 4,5% di Assogestioni. Stavolta ogni voto avrà solo due opzioni: a favore o contro lo svincolo dalla passivity rule, delle due Ops e infine — se almeno una sarà approvata — l’erogazione straordinaria da 4 miliardi ai soci. Due terzi di 65% fa 43,3%: tanto servirà a Lovaglio in ogni scrutinio.
Cruciali saranno i giudizi dei proxy advisor, in preparazione e che dovrebbero uscire a inizio ottobre. Iss e Glass Lewis non hanno un compito facile, perché rischiano di determinare in partenza il risultato finale di questa tornata del risiko bancario, affossando un’operazione a danno dell’altra e dunque privando di opzionalità gli azionisti Mps. Per questi motivi, fonti vicine al dossier e con esperienza in tema trovano probabile che i giudizi dei proxy rimandino la palla nel campo degli investitori, magari approvando con riserva le due Ops — da molti osservatori ritenute di complessa esecuzione — così da farne proseguire il corso, pur senza metterle in competizione con quella di Intesa Sanpaolo. Sarebbe poi cura degli azionisti Mps, tra ottobre e novembre, decidere se aderire all’Opas di Carlo Messina, oppure aspettare l’arrivo delle due Ops in Borsa tra gennaio e febbraio. Un tale approccio, piuttosto pragmatico,
sarebbe, anche, il meno sfavorevole a Lovaglio: mentre se Iss e Glass Lewis esortassero i fondi a votare contro le Ops, sarebbe per lui arduo ingaggiare quote rilevanti di azionisti del mercato.
Entrando nelle simulazioni di voto, bisogna fare un’altra ipotesi, ossia che Delfin, primo azionista di Mps che già in aprile si schierò con Lovaglio sancendone il ritorno in sella come ad, continui a sostenere il banchiere lucano. Non è detto che la holding dei Del Vecchio lo faccia: gli otto eredi sono divisi come mai prima, e la governance architettata dal fondatore sembra scricchiolare. Molto dipenderà dalle valutazioni finanziarie e pragmatiche che Delfin svolgerà, assistita dagli advisor di Lazard: ma i numeri dicono che se Delfin non vota i piani di Lovaglio, l’assemblea Mps sarà un carnet di bocciature e Intesa avrà già vinto. In aprile, il blocco dei supporter di Lovaglio — il famoso 32,5% — annoverava, oltre al 17,5% di Delfin, il 3,74% di Banco Bpm, il 5% di Blackrock, il 2,9% di Norges Bank, il 2% di Giorgio
Girondi, l’1% di Enasarco e di Plt Holding, più una manciata di punti di altri soci del mercato.
Ma a ottobre difficilmente l’ex popolare milanese voterà l’agenda di Lovaglio: almeno non sul punto dell’Ops con la stessa Bpm, per ragioni di opportunità e perché finora avversata dal suo cda. Quindi Lovaglio è costretto a portare dalla sua parte una quota maggiore di fondi istituzionali, quel 36% circa che in aprile per oltre un terzo lo appoggiò: ma ora gli serve circa il doppio dei voti dei fondi, o il quorum potrebbe restare lontano. Tra l’altro, il rapporto di
prolungata fiducia del vertice Intesa con i grandi fondi, confermato nel voto giovedì, potrebbe far mancare consensi a Lovaglio; specie se Messina mettesse Blackrock, Norges e altri grandi gestori davanti a un bivio.
Il conteggio torna anche fatto al contrario: la minoranza di blocco, se a Siena partecipa il 65% delle quote, scatta al 21,6%. E si può ipotizzare che i voti negativi partano dal 13,5% di Caltagirone — sempre non arrotondi, come spesso ha fatto in vista di votazioni cruciali — cui in aprile si aggiunsero Vanguard (3%) e le casse previdenziali, con un 1,5% complessivo. Come si vede, il margine è stretto. Anche se non è detta l’ultima parola, perché gli istituzionali, con un
ragionamento analogo a quello atteso dai proxy advisor, potrebbero scegliere di approvare i progetti di Lovaglio nella speranza che ciò forzi Messina a ritoccare al rialzo l’Opas. Sempre che, a tirarla troppo, la corda non si spezzi: perché l’azione Mps già incorpora il 12,5% di premio offerto da Intesa a giugno, premio che perderebbe se questa offerta decadesse.