Si lavora ai preparativi per rispondere all’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps l’8 giugno, ma i tempi dell’annuncio stanno slittando in avanti.
Ieri, per più fonti finanziarie, ci sono state riunioni a Siena e a Milano, per definire tempi e contorni della contromossa, annunciata fin da quella domenica di un mese e mezzo fa, quando il cda di Banco Bpm inviò al cda senese la proposta di «fusione alla pari». Tuttavia, resta ancora qualche nodo da sciogliere. Il progetto, come strutturato dai tanti advisor delle parti, resta nel solco di un’operazione votata dai due cda e poi fatta approvare dalle rispettive assemblee. Ma i tempi sono ormai stretti per restare allineati con l’offerta rivale di Intesa Sanpaolo, che ha convocato l’assemblea sull’aumento di capitale per l’offerta il 10 settembre, e valorizza 30,6 miliardi il gruppo senese, con 3 miliardi cash e premio del 12,5%. Nelle ultime ore si pensava di poter imprimere un’accelerazione e “allineare” i due cda di Mps
e di Banco Bpm, modificando il calendario finanziario che il 5 agosto prevede la riunione sui dati semestrali a Milano e il 6 a Siena. Una mossa che avrebbe consentito di lanciare in sincrono il progetto di fusione tra i due gruppi. Tuttavia, il confronto tra i tecnici delle due controparti fa presagire che serviranno diversi altri giorni per appianare i nodi rimasti. A partire dalla compensazione da offrire al Crédit Agricole, banca concorrente e prima azionista in Piazza Meda al 29%. I francesi, per dare il loro ok al piano, starebbero negoziando una rosa vasta di contropartite: dall’acquisto delle filiali eventualmente eccedenti le soglie di concentrazione Antitrust all’estensione dei contratti commerciali in essere, fino
all’acquisizione di società prodotto come Anima o Agos. Non è un tavolo semplice, perché da una parte il loro consenso è necessario a sdoganare la fusione nell’assemblea straordinaria di Banco Bpm, dall’altra elementi del governo non vedono di buon occhio che la banque verte rimanga prima forza nel futuro “terzo polo”, con una quota tra il 10 e il 15% secondo i dettagli tecnici.
Un altro aspetto critico, su cui i consulenti di Mps e di Banco Bpm continuano a lavorare, è il modo di congegnare un merger of equals, tra due banche che in Borsa “uguali” non sono: il Monte capitalizza 35,8 miliardi (+1,34% ieri), ben 12 più dell’ex popolare (+0,8% ieri). Per avvicinare le valutazioni, nonché “rispondere” ai contanti offerti da Intesa Sanpaolo, gli advisor vorrebbero proporre, prima della fusione, una distribuzione di capitale per i soci Mps,
che secondo stime di mercato ha 3-4 miliardi di capitale in eccesso rispetto ai vincoli regolamentari. L’ad senese Luigi Lovaglio, a giugno, aveva provato a fare cassa con il 13,3% in Generali, da vendere o distribuire ai soci; ma ha scartato l’idea, troppo aleatoria e complessa sul piano tecnico e politico mentre la banca è soggetta alla passivity rule per il lancio dell’Opas rivale.
La distribuzione di fondi a Siena avrebbe il pregio di riavvicinare le valutazioni dei due gruppi al concambio ipotizzato dai tecnici, che dovrebbe attribuire ai soci senesi il 60% del nuovo polo, lasciando il 40% a Banco Bpm. Anche della futura governance si sta parlando: la guida operativa dovrebbe andare all’ad di Banco Bpm Giuseppe Castagna, con Lovaglio a fare il presidente.
Se il progetto del “terzo polo” prenderà corpo, settembre e ottobre saranno i mesi dei nulla osta autorizzativi e delle assemblee. Tra ottobre e novembre, invece, l’Opas di Intesa Sanpaolo andrà in Borsa: e a quel punto conterà solo il progetto migliore, e il corrispettivo più alto. L’ad Carlo Messina, che domani presenta al mercato i conti a giugno, ha già detto che in caso di controfferta valuterebbe un rilancio, ma non uno ad ogni costo.
28.07.2026
Mps e Bpm lavorano alla fusione ma c’è il nodo Crédit Agricole
- La Repubblica