Il risiko bancario non va in vacanza. Secondo rumors di mercato il Crédit Agricole sarebbe salito al 29,9 per cento nel capitale del Banco Bpm. Emissari del gruppo francese si sono trincerati dietro il più classico dei «no comment», lo stesso ha fatto un portavoce della banca milanese. In precedenza, al 31 marzo scorso, la Banque verte aveva in portafoglio il 22,9% dell’ex popolare guidata da Giuseppe Castagna e dal presidente Massimo Tononi, ma soprattutto Parigi aveva in tasca l’autorizzazione della Bce a salire fino alla soglia del 30 per cento nel capitale del Banco Bpm. È quindi possibile lo abbia fatto.
L’ipotesi è perlomeno verosimile. Il Banco Bpm da almeno due anni è al centro del riassetto della finanza italiana. Lo scorso anno fu obiettivo dell’ops che Unicredit non riuscì a portare a termine e lo scorso 7 giugno i vertici del Banco firmarono una lettera d’intenti inviata al consiglio di amministrazione di Mps nella quale si prospettava una fusione alla pari, volta a creare una banca retail da 50 miliardi di capitalizzazione. Su Mps però si è lanciata, nelle medesime ore, Intesa Sanpaolo con un’opas molto concreta e difficilmente contrastabile. Solo Unicredit, oggi impegnata nella acquisizione della tedesca Commerzbank, potrebbe avere la forza per contrastare l’avanzata di Intesa su Mps, che al proprio interno conserva l’86 per cento di Mediobanca, che a sua volta è il primo azionista delle Assicurazioni Generali (13%). In questa logica potrebbe trovare spiegazione la mossa dell’Agricole. Una mossa che avrebbe richiesto da marzo a oggi un esborso di circa 1,6 miliardi di euro, su un totale della partecipazione che ammonta a 7 miliardi.
La notizia è stata accolta senza emozione in Borsa a Milano, dove le azioni del Banco Bpm ieri hanno guadagnato lo 0,03 per cento a 15,31 euro contro un indice della piazza di Milano in progresso dello 0,15%.
L’interesse francese, peraltro, viene da lontano. Il 7 aprile 2022 l’Agricole acquistò il 9,18 per cento del Banco Bpm. Nel dicembre 2024 furono sottoscritti contratti su derivati riguardanti il 5,2 per cento della banca italiana, che portarono la quota al 15,1. Nell’aprile 2025 ottenuto il via libera dalla Bce, alla vigilia dell’ops di Unicredit, l’Agricole salì al 19,8 per cento del Banco. Ultimo step a gennaio 2026, l’autorizzazione a crescere ma non a superare il 30 per cento ha dato il via agli acquisti di questi giorni.