10.09.2026

La guerra geopolitica delle stablecoin

  • Il Sole 24 Ore

Visa, Mastercard, Stripe, BlackRock, Coinbase, ma anche Google: sono solo alcuni dei 140 nomi della finanza globale che hanno aderito al progetto della stablecoin globale OpenUsd, aperta anche ad altre valute. Visa offre una piattaforma che permette alle banche di emettere in autonomia le criptovalute legate alla parità con monete tradizionali, mentre Mastercard lavora al loro settlement. MoneyGram e Western Union ci puntano per rendere più efficiente il sistema delle rimesse globali.

In Europa Revolut ha lanciato in pieno agosto la sua stablecoin in euro riscaldando la sfida delle sovranità monetaria europea nelle valute digitali. Crédit Agricole e Société Générale sono già attive, mentre procedono due progetti più ambiziosi che vedranno la luce entro fine anno: Qivalis, consorzio di una quarantina di banche europee, è in attesa dell’autorizzazione della Banca centrale olandese, mentre l’italiana Bancomat sta finalizzando la sua piattaforma supportata da nove tra le principali banche italiane.

Tutti i progetti europei sono incentrati sull’euro per sfidare un mercato monopolizzato dal dollaro: la corsa alle stablecoin non punta solo sulla finanza decentralizzata, ma è ormai una questione di sovranità monetaria. Da quando Donald Trump ha sostituito il dollaro digitale della Fed con stablecoin private la partita delle monete digitali si è spostata giocoforza su questi nuovi strumenti.

Non è un caso che la Banca centrale europea abbia contemporaneamente accelerato sulla definizione dell’euro digitale, la versione virtuale della moneta unica europea. E la presidente Christine Lagarde ha tuonato più volte contro i rischi delle valute private: «La priorità della Bce è la stabilità finanziaria – sottolinea Valeria Portale, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano –, non può permettersi che una stablecoin possa fallire con conseguenti problemi per la liquidità del sistema. Ecco perché la Bce e l’Europa hanno sentito la necessità di definire una serie di regole per le riserve e la gestione. Credo invece in una forma di complementarità dei diversi strumenti, anche quando sembrano concorrenti».

Oggi il mercato di queste criptovalute è monopolizzato dal dollaro, con in testa l’Usdt di Tether e l’Usdc di Circle, con una capitalizzazione complessiva di oltre 250 miliardi di dollari. Così il dollaro finisce per dominare un mercato che l’anno scorso valeva circa 400 miliardi, comunque «una frazione minima dei diversi quadrilioni di dollari che transitano annualmente attraverso i sistemi di pagamento globali», sottolinea McKinsey prevedendo che queste valute potranno arrivare a oltre 4mila miliardi di dollari entro il 2030 solo per quanto riguarda i depositi tokenizzati, la versione on-chain della moneta di banca commerciale. Juniper Research alza la stima a quasi dieci trilioni in transazioni per il 2035, la metà dei quali per pagamenti B2B.

L’impatto principale sarà concentrato sul mondo business e sull’universo emergente della finanza decentralizzata. «Oggi non esiste un euro liquido su blockchain sufficiente per le transazioni istituzionali – sostiene Jan-Oliver Sell, Ceo di Qivalis –. Quando si tokenizzano le obbligazioni, serve una gamba cash on-chain. Senza un’alternativa valida in euro, le istituzioni europee finiranno per usare stablecoin in dollari, il che rappresenta una minaccia per la politica monetaria europea, per la sovranità monetaria e per il peso geopolitico dell’euro». «Le banche commerciali guardano a questi strumenti con un misto di cautela e ambizione, ma nei prossimi anni prevarrà il secondo orientamento – conferma Anna Omarini, ricercatrice presso il dipartimento di finanza dell’Università Bocconi –. Quello che sta emergendo con forza è la lettura delle stablecoin come infrastrutture per la finanza tokenizzata. Chi saprà offrire servizi a valore aggiunto non le subirà, ma le trasformerà in nuove opportunità di business».

«La vera distinzione tra le diverse versioni di moneta – prosegue Omarini – non sarà tanto sullo strumento in sé, quanto sulle infrastrutture sottostanti: efficienza, programmabilità dei pagamenti, trasparenza e servizi a valore aggiunto saranno fattori decisivi e abilitanti la loro adozione. Questo porterà a una maggiore smaterializzazione del denaro, sempre più “codice”, ma la vera partita per banche e istituzioni sarà riuscire a tradurre in questa nuova forma il senso di possesso e la fiducia che oggi gli utenti associano al denaro tradizionale». A determinare il successo delle diverse forme che sta prendendo il denaro sarà sempre l’adozione: saranno i cittadini e le aziende a scegliere se l’euro digitale o le stablecoin in euro saranno strumenti in grado di meritare quella fiducia.

Finora le stablecoin delle banche francesi si sono dimostrate di scarso appeal. Ora, però, l’Europa si muove in una logica sistemica: «Le iniziative bancarie francesi – conferma Portale – sono rimaste poco visibili e isolate. Non c’è un ecosistema maturo: esiste la tecnologia e l’infrastruttura, ma mancano ancora servizi e applicazioni concrete che ne giustifichino l’adozione su larga scala. Le alternative che si stanno costruendo adesso sembrano invece partire da un’idea di ecosistema che mette insieme una pluralità di soggetti e strumenti che potrà fare la differenza». La sfida è aperta.