10.06.2026

Intesa Sanpaolo, tabella di marcia in 12 mesi per il maxi acquisto Mps

  • Il Sole 24 Ore

Poco più di un anno per riscrivere i perimetri della finanza italiana. Prima inglobando Mps, Mediobanca e la sua quota gioiello in Generali (il 13,2%). Poi cedendo il resto delle filiali senesi al gruppo Unipol-Bper, ormai ribattezzato secondo polo, e consegnare al “sistema Italia” dopo anni di indugi un panorama bancario ristretto a pochi grandi gruppi che possono far concorrenza, se non di più, agli altri colossi europei (sempre che nel frattempo UniCredit, Banco Bpm o i francesi di Crédit Agricole – l’elenco si è ormai ristretto – non rilancino a loro volta).

Il programma di lavoro previsto nelle stanze di Intesa Sanpaolo nei prossimi mesi si annuncia fitto più che nel recente passato. In cantiere, infatti, ci sono una serie di tappe ravvicinate per realizzare l’Opas da 30,6 miliardi di euro sul Monte dei Paschi nei tempi annunciati al mercato e poi passare alla “fase 2” inglobando nella rete di Ca’ de Sass gli sportelli della banca più antica del mondo. In ogni caso non si parte da zero, perché è facile immaginare che l’esperienza accumulata ai piani alti dell’istituto con il salvataggio delle ex banche Venete e l’offerta su Ubi – situazioni tra loro pure antitetiche – abbia permesso di affinare in modo chirurgico gli strumenti utili in queste maxi-acquisizioni, dai tempi del dialogo con le Autorità di vigilanza fino alla messa a punto delle mappe dettagliate delle filiali per rientrare nei paletti Antitrust (che ragiona su ambiti territoriali molto ristretti per valutare la concentrazione ai fini della concorrenza tra banche, arrivando a valutare perfino la densità urbana delle aree coinvolte).

Piazza Affari, intanto, ci crede come dimostra ieri la pioggia di acquisti sui protagonisti del risiko: Unipol (+4,7%), Mediobanca (+3%), Bper (+2,9%), Mps (+2,6%) e Intesa (+0,9%). E anche advisor e analisti si stanno scatenando, con quelli di BofA, ad esempio, convinti che il titolo di Rocca Salimbeni abbia un potenziale di rialzo di circa il 30%, anche se Carlo Messina ha già chiarito agli investitori che considera il premio generoso e non ci saranno rilanci. Anche se il banchiere è pronto a difendere l’operazione : «Se qualcuno è pronto a offrire più di noi ci potrà essere concorrenza e rimarremo nell’operazione finché potremo creare valore per i nostri azionisti».

Al netto dei corsi di Borsa, il calendario stilato da Intesa è serrato, con la legge che impone scadenze precise. Dopo che lunedì scorso si è alzato il sipario sull’operazione, sono iniziati subito gli adempimenti per arrivare al deposito vero e proprio del documento di Offerta che deve avvenire entro fine giugno. A quel punto, come accade in operazioni del genere, è il turno del dialogo per i necessari via libera di Bce, Antitrust e Ivass (per la parte legata all’attività assicurativa), unita alla richiesta delle autorizzazioni nelle diverse giurisdizioni nazionali in cui operano i gruppi coinvolti (senza mercato unico in Ue le differenze tra Paesi non sono poche). Qui l’esperienza autorizzativa del caso Ubi potrebbe tornare comoda, anche alla luce dei tempi stretti con cui si è chiusa la scalata (Opas lanciata a febbraio 2020 e, in piena emergenza Covid, conclusa a ottobre dello stesso anno con Intesa salita al 100% dell’ex popolare lombarda).

In mezzo a tutto questo c’è la Consob, che al momento non ha un presidente ma a breve si spera arrivi (anche se questo non impatta sui tempi dell’iter della Commissione). Superato il mese di agosto – che l’anno scorso è stato campale per il risiko, con l’assemblea di Mediobanca, poi fallita, per scalare Banca Generali – si arriva al 10 settembre, quando Intesa Sanpaolo chiamerà a raccolta i soci in assise straordinaria per dare la delega al consiglio di amministrazione per l’aumento di capitale al servizio dell’Opas. È un passaggio decisivo perché, se è pur vero che Intesa non chiede in questo caso nuove risorse ai propri azionisti – visto che l’aumento è legato allo scambio “carta contro carta” con le azioni del Monte dei Paschi – i soci si diluiranno pro quota in un gruppo più grande (ma saranno compensati da dividendi più generosi).

L’autunno caldo di Intesa prevede a quel punto l’arrivo graduale delle autorizzazioni delle varie autorità di Vigilanza, la messa a punto con l’Antitrust del perimetro delle filiali da inglobare, quelle da cedere, il “disco verde” al Documento di offerta da parte della Consob e poi l’avvio dell’Opas sul mercato. Quando? Difficile immaginarlo adesso, visto che di solito la finestra temporale (la norma dà tra 15 e 40 giorni) viene stabilita in base alla velocità con cui arrivano gli ok dei regolatori, ma soprattutto dipende dall’andamento in quel momento dei mercati azionari, ballerini oltremodo in questa fase a causa degli scossoni geopolitici (nonostante i record degli indici europei). Entro fine anno, in ogni caso, si punta a chiudere l’Opas, regolare fisicamente lo scambio reciproco di azioni e versare il premio cash ai soci aderenti di Mps. Altra tappa del risiko sarà il 2027 quando nei primi mesi scatteranno le attività per inglobare le filiali Mps nel mondo Isp e cedere, al contempo, gli sportelli del Monte alla compagnia assicurativa bolognese (la vendita è stimata entro il secondo semestre del prossimo anno). Prima non si può, perché deve concludersi l’Opas affinché Unipol a sua volta chieda le autorizzazioni, Bce in testa, per prendere la sua metà di Mps. Resta, non ultimo, il destino di Mediobanca dal punto di vista societario. Ma qui bisognerà prima capire cosa accadrà nel frattempo a Siena con i tempi del delisting. E neanche la sfera di cristallo, in questo caso, potrebbe bastare, visto che al Monte servirà un’assemblea straordinaria (che, ironia della sorte, richiede la stessa maggioranza qualificata che servirebbe a Mps per superare la “passivity rule” e provare a liberarsi in qualche modo dalla stretta Intesa-Unipol).