02.11.2026

Innovazione, la spinta non basta

  • Italia Oggi

L’Italia accelera sull’innovazione ma la spinta non riesce a colmare i divari con il resto d’Europa. A certificarlo, i dati emersi dall’ultima edizione del rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) realizzato dall’Istat. Secondo i risultati dell’analisi, in Italia nel 2025, gli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale (dalla ricerca e sviluppo, ai software, alle opere dell’ingegno) hanno confermato il trend positivo già registrato l’anno precedente, segnando una crescita del 4% e arrivando a superare i 65 miliardi di euro di valore, a fronte dei 44,9 miliardi del 2014. A trainare questa crescita di lungo periodo hanno contribuito gli investimenti in R&S e quelli in computer, software e basi dati, che nel 2025 sono arrivati a rappresentare rispettivamente il 47,3% e il 49,8% del totale degli investimenti in proprietà intellettuale. Ma non sono tutte rose e fiori. Secondo l’analisi del Bes, infatti, nonostante la dinamica italiana risulti superiore alla media dell’Unione europea, esistono Paesi ben più vivaci del nostro sotto il profilo dello sviluppo. Basti pensare che, dal 2019 a oggi, gli investimenti in questo comparto sono cresciuti del 26,5% in Francia e del 47,3% in Spagna, a fronte del 20,2% dell’Italia. Entrando nel dettaglio della spesa in ricerca e sviluppo, i dati relativi al 2024 hanno delineato un sistema Italia in espansione, con la spesa realizzata da aziende o enti utilizzando solo il proprio personale e le proprie attrezzature, che ha toccato 31 miliardi di euro, +5,6% rispetto all’anno precedente spingendo l’incidenza sul Pil dall’1,37% all’1,40%. Un valore che, sebbene in lieve aumento rispetto all’1,33% del 2014, rimane ancora ben distante dalla media Ue (2,26%). A spingere in avanti la spesa, nel 2024, sono state soprattutto le università, che hanno fatto registrare un balzo del 13,4% rispetto al 2023, affiancate dal settore non profit con un incremento del 7,9%, mentre la crescita si è rivelata più contenuta per le istituzioni pubbliche e per le imprese, la cui spesa è salita del 2,4%. Nonostante questo, le imprese si sono confermate come il principale investitore privato, con un esborso di circa 18 miliardi di euro, pari al 56,6% del totale complessivo. Un valore di tutto rispetto, con investimenti concentrati soprattutto all’interno delle aziende con più di 250 dipendenti (responsabili di oltre tre quarti della spesa imprenditoriale) evidenziando così la debolezza relativa delle piccole e medie imprese, tradizionalmente meno strutturate per sostenere costi elevati in R&S. E cosa dire della destinazione delle risorse? Secondo i risultati dell’Istat, la ricerca applicata si conferma la voce principale con 12,5 miliardi di euro, nonostante la riduzione della propria quota dal 41,6% al 40,2%. Mentre lo sviluppo sperimentale, orientato in modo più diretto alla realizzazione di nuovi prodotti e nuovi processi, è cresciuto del 9,8% raggiungendo i 10,5 miliardi e portando la propria incidenza al 34%.

La ricerca di base, anch’essa in crescita del 5,9%, si è attestata a 8 miliardi di euro, pari al 25,9% del totale, con le università che hanno continuato a destinare oltre la metà delle proprie risorse a questo segmento.

Le disparità territoriali. Questa mobilitazione di risorse si scontra, tuttavia, con una forte concentrazione territoriale: oltre il 60% della spesa in R&S si è riversata su appena quattro regioni, ovvero Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Piemonte. Nonostante questo, l’analisi degli incrementi su base annua nel 2024 ha mostrato segnali di vivacità nel Mezzogiorno registrando l’aumento più marcato con l’8,9%, seguito dal nord-est con il 6,6%, dal centro con il 5,1% e dal nord-ovest con il 4,8%. Ma se nel nord del Paese il motore della ricerca è saldamente in mano alle imprese, nel Mezzogiorno e in alcune aree del centro il sostegno sembra arrivare prevalentemente dalle università e dal settore pubblico. Gli analisti dell’Istat sono andati oltre e hanno messo in relazione l’intensità degli investimenti in ricerca con la ricchezza prodotta dal Paese, regione per regione. Il quadro che ne è emerso ha messo in luce profonde fratture strutturali: se il nord-ovest ha raggiunto l’1,43% e il nord-est è salito all’1,65%, con punte di eccellenza rappresentate dall’Emilia-Romagna al 2,32% e dal Piemonte al 2,20%, nel Mezzogiorno l’incidenza si è mantenuta stabilmente al di sotto dell’1%.

Brevetti a due velocità. Un divario analogo sembra caratterizzare la propensione alla brevettazione, misurata attraverso le domande presentate all’Ufficio Europeo dei brevetti: nel 2022 la media nazionale si è attestata a 91,5 domande per milione di abitanti, in crescita rispetto alle 72,4 del 2014, ma con una forbice amplissima che va dalle 172,1 domande del nord-est e le 140,2 del nord-ovest, con picchi regionali come i 222,4 dell’Emilia-Romagna e i 159,8 della Lombardia, fino ai margini residuali del centro con 66,1 domande, del sud del Paese con appena 22,4 domande.

La spinta innovativa delle imprese. Il forte dinamismo della richiesta di brevetti e di Pip rappresentano la cartina tornasole di un sistema produttivo sempre più orientato all’innovazione. Secondo le rilevazioni dell’Istat, infatti, nel triennio 2022-2024 il 62,9% delle imprese industriali e dei servizi con almeno dieci addetti ha svolto attività volte all’introduzione di novità, rispetto al 58,6% del triennio precedente. Questa spinta innovativa si concentra per lo più sui processi aziendali, che hanno riguardato il 57,6% delle unità produttive, con particolare riguardo all’organizzazione del lavoro e alla gestione delle risorse umane, ai metodi di produzione e ai sistemi informativi. Mentre l’introduzione di nuovi prodotti sul mercato si è fermata al 32,7%. La propensione a innovare sembra crescere in modo proporzionale alla dimensione aziendale, passando dal 61% delle piccole imprese all’84% delle grandi, andando a premiare i territori caratterizzati da filiere produttive fortemente integrate, come dimostra il 66,1% registrato nel nord a fronte del 57,4% del Mezzogiorno, dove la minore dimensione media delle aziende e le carenze infrastrutturali continuano a pesare come un macigno, nonostante la forte eterogeneità interna che vede regioni come la Calabria e l’Abruzzo allineate intorno al 60% e altre come il Molise ferme al 39%.