oltre un miliardo di investimenti all’anno tra il 2025 e il 2029, che portano a 5,5 miliardi il valore complessivo e rappresentano un aumento del 40% delle risorse finanziarie dedicate allo sviluppo. Il gruppo Hera prosegue nella realizzazione del piano industriale quinquennale senza rallentamenti in un periodo complesso per chi è nel settore energetico, tra prezzi delle materie prime schizzati e tassi di interesse in aumento. Due dati per far capire la complessità del momento.
Il piano è stato presentato il 21 gennaio di quest’anno, quindi prima dello scoppio del conflitto in Medio Oriente. Da allora i tassi di interesse sono saliti dal 2 al 2,5% ma soprattutto sono balzati i prezzi energetici. L’energia elettrica sul mercato italiano all’ingrosso è quasi triplicata da fine febbraio a oggi, quando è ormai sopra 250-260 euro al megawattora ed è un problema per chi non ha una grande produzione con fonti proprie. Lo stesso ha fatto il gas con le quotazioni in Italia sopra i 100 euro al megawattora.
«Il nostro debito è prevalentemente a tasso fisso e abbiamo una politica finanziaria prudente, tanto che manteniamo in arco piano un rapporto debito netto/margine operativo lordo inferiore a 2,6x — commenta il ceo di Hera Orazio Iacono — e mi preoccupa di più la crisi energetica, che è diversa da quella con la Russia del 2022 perché è globale. Lo scenario dei prezzi è radicalmente cambiato e nessuno sa quanto durerà questa crisi. Come gruppo Hera produciamo 1,3 terawattora di energia e compriamo 16 terawattora per servire i nostri clienti domestici e industriali, oltre a circa tre miliardi di metri cubi di gas all’anno. Questo scenario di prezzi esercita una pressione sul capitale circolante».Il terzo operatore
Ed è sulla sua base clienti che Hera, terzo operatore nazionale con quasi 2,5 milioni di clienti luce e 1,8 milioni di clienti gas, può fare affidamento per il flusso di cassa. «C’è un intervallo temporale tra il pagamento delle materie prime e l’incasso delle bollette che comporta un assorbimento temporaneo di capitale circolante, ma abbiamo un unpaid ratio ottimo nonostante la crisi, sotto 1%, e l’efficientamento fatto sul processo (meter to cash) è una delle leve per migliorare i flussi di cassa».
Sul fronte finanziario dunque tutto bene. Poi c’è quello industriale. I focus sono la resilienza di tutte le infrastrutture (distribuzione elettrica e gas, idrica, teleriscaldamento e ambiente) con 2,6 miliardi stanziati per far fronte ai sempre più frequenti e intensi fenomeni estremi e l’economia circolare a cui sono destinati 2 dei 5,5 miliardi di investimenti che consentiranno di limitare il consumo di risorse naturali e di «chiudere il cerchio» con lo sviluppo di soluzioni e modelli innovativi. «Abbiamo 100 impianti specializzati per trattare gli scarti, che possono essere trasformati in materia prima seconda oppure in energia con i termovalorizzatori. La domanda del mercato è quella di avere materia prima seconda di alta qualità e questo dipende dalla qualità della raccolta, ma anche dagli impianti. Le direttive Ue faranno crescere la domanda di plastica riciclata nel packaging e nell’automotive. A Modena abbiamo appena inaugurato un nuovo impianto per il riciclo e la rigenerazione meccanica delle plastiche rigide urbane e industriali. E in altri ambiti, come la gestione dei rifiuti industriali, siamo partner di industrie quali Fincantieri ed Eni».Il gap
Ma il nostro Paese secondo Iacono ha un gap di infrastrutture che riguarda soprattutto i rifiuti e l’acqua. L’Italia produce 80 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e industriali e di questi oltre 4,5 milioni sono esportati all’estero perché manca la capacità impiantistica. I rifiuti trattati dal gruppo Hera saliranno da 8,5 milioni di tonnellate nel 2024 a 10,1 milioni di tonnellate nel 2029 (+18%). E questo farà aumentare del 21% l’energia prodotta dalla filiera ambiente, sia elettrica che termica, derivante soprattutto dai termovalorizzatori.«Hera — dichiara il ceo — gestisce dieci dei 35 termovalorizzatori del Paese, ma non bastano».
Stesso gap anche sul fronte idrico. «Parliamo di stoccaggi di gas ma non di stoccaggi di acqua, invece al Paese servono invasi e depuratori. L’Italia tratta 9 miliardi di metri cubi di acqua all’anno, un dato che coincide con il valore delle perdite degli acquedotti. Se riuscissimo a utilizzarli colmeremmo il gap. Serve un’alleanza strategica tra gestori del sistema idrico, industria e agricoltura, con un soggetto in grado di supportare istituzioni, consumatori finali e consorzi di bonifica ed altri attori della filiera. Le utility possono giocare un ruolo chiave, integrando infrastrutture, competenze e capacità operative a supporto di tutti gli attori del sistema».
In questo senso va letto il progetto in via di completamento della nuova dorsale idrica di Hera in Emilia-Romagna che collegherà il potabilizzatore di Bubano alla rete di Castel Bolognese, creando una nuova infrastruttura strategica di connessione tra acquedotti. «Il territorio potrà contare su una rete più interconnessa, flessibile e capace di garantire maggiore continuità del servizio — conclude Iacono —. Il cronoprogramma prosegue e questo nonostante le ore di interruzioni dei cantieri l’estate scorsa a causa del caldo estremo e dei divieti di lavoro nelle ore centrali».

