L’Italia si mette in fila per l’euro digitale e per le stablecoin, criptovalute collegate a un’altra attività. Nei giorni scorsi, sono stati annunciati i sette prestatori di servizi di pagamento italiani (sui 36 totali) selezionati per il progetto pilota dell’Eurosistema sulla moneta digitale, che partirà nel 2027: Mps, Banca Sella, Isybank (gruppo Intesa Sanpaolo), Nexi, Numia, Poste Italiane e Unicredit. C’è anche Satispay, con il suo veicolo lussemburghese. Tra i partecipanti,
l’analista di Mediobanca Andrea Filtri evidenzia «una chiara divisione geografica che vede Italia, Grecia, Cipro e Portogallo sovrarappresentati, così come il fintech». La Germania è «ben presente, mentre si sente il silenzio assordante dell’assenza di Spagna, Benelux e di banche francesi quotate». Per la Spagna, sono della partita Cecabank e Uinku payments entidad de pago e per la Francia c’è Bpce.
Al contrario, Bbva e Bnp Paribas figurano nel consorzio di 37 operatori per creare la stablecoin in euro Qivalis, nel quale a maggio le due italiane Intesa Sanpaolo e Bper si sono unite a Unicredit e Banca Sella. Mentre sono tutti italiani gli operatori che avvieranno la sperimentazione tecnica della stablecoin in euro di Bancomat, Eur.bank: Banca Generali, Mps, Banca Sella, Banco Bpm, Bper, Cassa Centrale Banca, Credem, Crédit Agricole Italia e Intesa.
C’è poi Boerse Stuttgart Digital che ha appena integrato nella propria infrastruttura Eur CoinVertible, la stablecoin in euro emessa da Société Générale-Forge. «C’è un grande interesse – nota Luciano Serra, country manager Italy di Boerse Stuttgart Digital – da parte di banche e operatori dei pagamenti italiani per l’euro digitale, perché il rischio di questi operatori nel progetto è praticamente pari a zero e saranno obbligati in futuro a gestire l’euro digitale.
Anche con le stablecoin ci si sta muovendo molto bene come sistema Paese. Al contrario, da noi, la licenza Micar per operare e prestare servizi in bitcoin e altre cripto è stata di recente ottenuta solo da otto soggetti, a cui si aggiunge Sella come unica banca. Mi aspetto che almeno altre due o tre banche nei prossimi mesi si muovano in questa direzione».
«La notizia – commenta Filtri, riferendosi agli istituti di credito un po’ come ai dinosauri – è che alcuni bancosauri hanno aperto gli occhi davanti all’euro digitale e hanno capito che è meglio sviluppare contromisure presto anziché farsi cogliere impreparati dall’asteroide nel giro di tre anni». E l’esperto di Mediobanca reputa «le big tech e le stablecoin Usa come asteroidi, più ancora dell’iniziativa della Bce sull’euro digitale, che punta a difendere la sovranità monetaria e l’autonomia strategica dell’Ue per ridurre l’attuale dipendenza dagli operatori non europei dei pagamenti». L’euro digitale, sottolinea Andrea Pantaleo, responsabile Fintech & Digital Assets Sector a Dla Piper Italy, «nasce dalla necessità di sostituire i grandi circuiti come Visa e Mastercard. Si è scelto di costituire l’euro digitale come passività di banca centrale: la Bce emetterà la moneta. Saranno così creati dei wallet, dei portafogli digitali, dove si potrà spostare la liquidità dal proprio deposito bancario tradizionale per trasformarla in euro digitale».
Si arriva a una delle questioni cruciali che riguardano la nuova moneta: le pressioni al ribasso che eserciterà su depositi e riserve bancarie. Da qui, nota Pantaleo, la decisione «di fissare un limite alla giacenza su questi wallet, proprio per evitare che ci sia un impatto rilevante sui depositi. In ogni caso, le singole banche potranno fornire una serie di servizi collaterali. Inoltre, verranno introdotti meccanismi di remunerazione a vantaggio delle banche tradizionali, che non graveranno sui cittadini dell’Ue». Un’interpretazione possibile è che gli istituti che non hanno partecipato al progetto pilota abbiano preferito prendere le distanze da una novità che potrebbe avere un impatto negativo sul loro business. Chi invece, come molti gruppi italiani, ha deciso di partecipare all’euro digitale potrebbe averlo fatto per cercare di
ridurre al minimo i contraccolpi di un progetto inevitabile.
In Ue, la questione delle riserve bancarie si pone in misura minore per le stablecoin. Queste ultime, spiega Pantaleo, sono «valute emesse da una banca commerciale o da un istituto di moneta elettronica e in quanto tali private. L’emittente raccoglie denaro a fronte dell’emissione della moneta e la liquidità può essere poi ridepositata presso enti creditizi europei, come da normativa già in vigore (Micar)». Nel caso di Qivalis, quindi, si può prevedere che le riserve della stablecoin «saranno depositate presso le banche aderenti al consorzio. Le quali, a loro volta, accetteranno la stablecoin per i pagamenti diffondendone la circolazione». Pantaleo considera Qivalis «una moneta di stampo più europeo, che per esempio potrà essere usata per regolare operazioni finanziarie». Quanto a Eur.Bank, «Bancomat passerà da infrastruttura di pagamento tradizionale a infrastruttura di pagamento fortemente digitale con una moneta privata propria, emessa dalla società del gruppo FlowPay».
Quando un cliente chiede di convertire denaro in una stablecoin, il progetto di Bancomat, chiarisce l’ad Fabrizio Burlando, «prevede che la liquidità raccolta dall’emittente venga ridepositata presso la banca di origine. Questa è una peculiarità del nostro progetto, dato che normalmente gli emittenti sono liberi di investire le riserve in base ai soli parametri fissati dalla Micar. In questo modo, il rapporto tra banca e correntista resta all’interno del sistema
bancario, con Bancomat che mette a disposizione il circuito e l’infrastruttura tecnologica».
Per Daniele Corsini, presidente di FlowPay, «se l’euro digitale, con i limiti di wallet previsti, sarà usata per lo più dalla clientela retail, le stablecoin possono avere un mercato più ampio, che spazia dagli incassi delle aziende esportatrici alle rimesse dei migranti». Tra l’altro, i pagamenti tra imprese in stablecoin è probabile che, una volta perfezionati, tornino ad alimentare i depositi bancari. In ogni caso, Qivalis ed Eur.Bank dovrebbero debuttare entro il 2016. A riguardo, Pantaleo evidenzia come ci siano «stablecoin che esistono da molto tempo e che rappresentano uno standard di mercato. Si vedrà come i diversi progetti riusciranno a conquistare fette di mercato in uno scenario così frammentato».