05.10.2026

Il tech-salto È necessario per assicurarsi il futuro

  • Il Corriere della Sera

C’è un’Italia che continua a crescere mentre il Paese discute soprattutto dei suoi ritardi. È l’Italia delle imprese che, negli ultimi quindici anni, hanno attraversato quasi tutto: crisi finanziaria, debiti sovrani, stagnazione, pandemia, energia alle stelle, inflazione. Eppure hanno continuato a investire, esportare, generare cassa, rafforzare il patrimonio, assumere.

Le 200 Top Italian Companies, tutte oltre i 500 milioni di ricavi e selezionate sulla base delle performance degli ultimi sei esercizi, raccontano esattamente questo. Non un miracolo. Non un’eccezione. Ma la nascita ormai evidente di un capitalismo industriale italiano più robusto di quanto siamo abituati a riconoscere.

Fino ai bilanci 2024 la traiettoria è stata quasi impressionante per continuità. Il 2025, però, cambia il tono del racconto. In alcuni settori la crescita si ferma. In altri si assottigliano i margini. Qualche azienda chiude perfino in perdita. Sarebbe sbagliato minimizzare. Ma sarebbe ancora più sbagliato scambiare una battuta d’arresto per la fine di un modello.La possibilità

Le imprese migliori non sono quelle che non conoscono crisi. Sono quelle che arrivano alla crisi potendo scegliere cosa fare. Con debito sotto controllo. Capitale sufficiente. Governance credibile. Manager capaci. E soprattutto con il lusso, sempre più raro, di poter guardare oltre il trimestre successivo. È qui che le differenze diventano decisive.

Quando il mercato rallenta, chi è fragile taglia. Chi è forte può continuare a investire. Può difendere competenze, guadagnare quote, entrare in nuovi mercati, acquistare concorrenti in difficoltà, integrare fornitori strategici. Può, in altre parole, usare la crisi non soltanto per resistere, ma per cambiare scala.

Ed è forse questo il passaggio che conta di più per l’Italia. Per decenni abbiamo raccontato il nostro nanismo industriale. Con ragione. Abbiamo celebrato la straordinaria qualità delle piccole e medie imprese, ma abbiamo anche dovuto fare i conti con un limite evidente: poche aziende abbastanza grandi da guidare filiere, sostenere investimenti rilevanti e competere stabilmente sui mercati globali.

Ora qualcosa si sta muovendo.

Le imprese medio-grandi ci sono. Alcune sono cresciute organicamente, altre con acquisizioni. Molte restano familiari, ma hanno imparato ad aprire le porte ai manager. È uno dei cambiamenti meno raccontati e più importanti del capitalismo italiano. La famiglia resta. Ma non pretende più necessariamente di fare tutto. È un’evoluzione decisiva. Perché crescere significa accettare organizzazioni più complesse, deleghe vere, competenze nuove, sistemi decisionali meno personali. Le famiglie imprenditoriali migliori hanno conservato una visione di lungo periodo e, insieme, hanno affidato la gestione a professionisti capaci di guidare gruppi globali.

È proprio questo equilibrio tra proprietà e management a rappresentare oggi uno degli asset più forti del sistema produttivo italiano.L’habitat

Perché una grande impresa non cresce mai da sola. Si porta dietro fornitori, terzisti, subfornitori. Alza gli standard. Chiede qualità, velocità, certificazioni. Introduce tecnologie. Apre mercati. Costringe interi pezzi di filiera a migliorare.

In molti distretti è la presenza di un’impresa leader che consente a decine o centinaia di aziende più piccole di fare un salto di qualità.

Per questo la tenuta delle Top Italian Companies non riguarda soltanto i loro azionisti. Riguarda il Paese.

Ma qui finisce la parte rassicurante.

Pensare che ciò che ha funzionato negli ultimi quindici anni possa bastare per i prossimi sarebbe pericoloso. Perché intelligenza artificiale, robotica e automazione avanzata non sono semplicemente un’altra crisi da attraversare. Cambiano le regole del gioco.

Non c’è un ritorno alla normalità da attendere. È la normalità stessa che si sta spostando.

L’intelligenza artificiale modifica processi, professionalità, tempi decisionali, catene del valore. Riduce il costo di alcune attività. Ne rende obsolete altre. Cambia il rapporto tra dimensione e produttività. E soprattutto premia chi sperimenta prima.

Per questo non basta acquistare qualche software o nominare un responsabile dell’Ai. Bisogna provare. Sbagliare. Correggere. Riprovare.

Come nel salto con l’asta, la tecnologia è lo strumento che consente di arrivare più in alto. Ma non sostituisce allenamento, tecnica e coraggio. Chi aspetta che tutto sia regolato, collaudato e privo di rischi può scoprire di essere partito quando gli altri hanno già superato l’asticella.

È qui che l’Europa mostra uno dei suoi difetti più antichi: la tentazione di normare prima ancora di aver sperimentato. È comprensibile. Sicurezza, responsabilità e tutela delle persone sono problemi reali. Ma il rischio è costruire un sistema nel quale imprese e lavoratori imparino soprattutto a non sbagliare, mentre Stati Uniti e Cina imparano più in fretta proprio perché accettano una quota maggiore di rischio.

Le Top Italian Companies hanno le risorse per non subire questa trasformazione. Ma devono usarle.

Devono investire in robotica e intelligenza artificiale, formare le persone, ridisegnare i processi, accettare che alcune prove falliscano. E soprattutto devono evitare l’errore più comune: confinare l’innovazione in un ufficio laterale. Se la tecnologia cambia il modo in cui un’impresa produce, decide e compete, allora riguarda la strategia. Non l’It.Le proiezioni

Se il 2025 segna una battuta d’arresto per alcune aziende, non sarà questo a dire chi sono davvero.

Una perdita si recupera. Un mercato può ripartire. Un settore può uscire da una fase negativa.

La vera misura sarà ciò che faranno adesso.

Se useranno la loro solidità soltanto per proteggersi, probabilmente resisteranno. Se la useranno per investire, acquisire, cambiare organizzazione e accelerare, potranno uscire da questa fase più grandi di prima.

Perché le imprese che costruiscono il futuro non sono quelle che crescono quando tutto va bene.

Sono quelle che capiscono prima degli altri quando il vento è cambiato.