Una spesa pensionistica da 352 miliardi, quest’anno: quasi dieci in più del consuntivo 2025.
Con una previsione di salire a sfiorare i 387 miliardi nel 2029. E ancora di accelerare fino a raggiungere il 17,1 per cento del Pil nel 2041 e successivo triennio. Una gobba, questa, data dall’aumento del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati: il frutto della demografia e del pensionamento dei “baby boomer”, che la stretta su requisiti di pensionamento e importi riesce a compensare solo in parte. Ecco la tendenza del sistema previdenziale italiano nell’ultima fotografia scattata dal governo con il Documento di finanza pubblica di aprile. Il Dfp vede un contenimento dell’incidenza delle uscite per le pensioni sul Pil solo dal 2045. Prima lento e poi più rapido per scendere al 16,2% nel 2050 e quindi convergere al 14% nel 2070, quando diventa determinante l’applicazione generalizzata del contributivo, la progressiva uscita delle generazioni del baby boom e l’adeguamento dei requisiti di pensionamento alla speranza di vita. Numeri che rappresentano al meglio la sfida di gestire una macchina mastodontica. Secondo i dati Inps, allo start del 2026 c’erano in pagamento 21,26 milioni di pensioni: quasi l’80% di natura previdenziale, ma una fetta sempre più grande viene dedicata all’assistenza. Una voce che assorbe ormai 28,5 miliardi e si espande molto più rapidamente: dal 2012 al 2026, gli assegni di assistenza sono saliti da 3,6 a 4,4 milioni.
Tante le fragilità che il sistema deve affrontare: «Siamo consapevoli che l’attuale impianto normativo necessita di interventi improntati a maggiore flessibilità e sostegno alle carriere che presentano tratti di discontinuità lavorativa e contributiva», diceva ad esempio la scorsa settimana in Parlamento la ministra del Lavoro, Marina Calderone.
Di questo e altri argomenti si parlerà al nuovo A&F Live dedicato proprio ai temi della previdenza, in programma lunedì 25 maggio a Palazzo dei Giureconsulti a Milano e in diretta streaming sul sito di Repubblica. Tra gli ospiti, ad aprire i lavori il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, e a chiuderli il sottosegretario al Ministero del Lavoro, Claudio Durigon. A loro, giornalisti di Repubblica, docenti e addetti ai lavori porteranno le istanze dei cittadini. Altra categoria cui dare risposta è quella delle donne, che secondo freschi dati Unioncamere svolgono il 61,6% del lavoro familiare totale (quota che sale al 70,4% nel Sud e al 68,4% nelle Isole) e (anche) per questo sono indirizzate a carriere più discontinue: il risultato è un gap pensionistico che supera il 28 per cento.
Non dormono sonni tranquilli neppure i dipendenti pubblici, ai quali ha dedicato uno studiodenuncia la Fp Cgil: tra allungamento delle finestre mobili, adeguamento alla speranza di vita e necessità di evitare i tagli, si rischia di arrivare fino a 49 anni di lavoro prima dell’accesso alla pensione di vecchiaia, ha rimarcato il sindacato lamentando che, con la revisione delle aliquote di rendimento, le perdite economiche possono superare i 273mila euro.
Il tutto in un contesto di «perdita strutturale del potere d’acquisto delle pensioni» che ha denunciato un altro sindacato di pensionati, la Uil guidata dal segretario Carmelo Barbagallo: negli ultimi dieci anni il blocco e i tagli alla rivalutazione hanno determinato una riduzione significativa degli assegni, per una pensione medio-alta la perdita può arrivare oltre 9.600 euro.
Sfide che il sistema previdenziale italiano deve affrontare in un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla riduzione della forza lavoro giovane: il pilastro pubblico non basta più, serve la collaborazione con il privato in una pluralità di strumenti che diventano imprescindibili per gestire i nuovi bisogni. Per questo dobbiamo, tutti, conoscerli. A longevity, educazione finanziaria e previdenza complementare sarà dedicato infatti ampio
spazio, con – tra gli altri – Lucia Anselmi, direttrice generale della Covip. Gli ultimi dati dell’autorità dei fondi pensione, a fine marzo, dicono di 11,9 milioni di posizioni complementari aperte, l’1,7% in più del dicembre 2025, che corrispondono a 10,6 milioni di iscritti. Le risorse destinate alle prestazioni superano i 262 miliardi, mentre i rendimenti medi annui nell’ottica decennale stanno tra il 4,5 e il 4,7% per le linee azionarie, tra l’1,7 e il 2,6 per quelle bilanciate e scendono sotto l’1 percento per le linee garantite e obbligazionarie. Il tutto a confronto di una rivalutazione del Tfr del 2,6 per cento.