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Il Qatar rileva la maison Valentino

Valentino, un marchio comprato a peso d’oro e – mutatis mutandi – venduto a peso d’oro, visti i tempi che corrono. In mezzo, cinque anni di ristrutturazione aziendale guidata dall’amministratore delegato Stefano Sassi e assestamenti nell’ufficio stile, con conseguenti alterne fortune sul mercato e momenti in cui il futuro della storica maison romana e del gruppo a cui apparteneva sembravano affatto rosei. Da ieri è ufficiale: Valentino Fashion Group (Vfg, che comprende il marchio omonimo e la licenza per il marchio M Missoni), è passato per oltre 700 milioni di euro (i dettagli dell’operazione restano segreti) alla Mayhoola for Investment, società del Qatar riconducibile allo sceicco Hamad bin Kahlifa al Thani, Emiro e padrone assoluto del Paese, uno dei più ricchi e stabili dell’Opec. A vendere è stata la società lussemburgese Red&Black, che fa capo per l’80% al fondo londinese di private equity Permira e per il 20% ad alcuni membri della famiglia Marzotto, azionisti di minoranza dal 2007, quando la Red&Black acquistò Valentino Fashion Group per 2,6 miliardi. Un’operazione che, in quell’anno pre-crisi Lehman Brothers, stabilì un record in Europa e per la moda. Advisor di Permira sono stati questa volta Mediobanca e UniCredit e gli studi legali Bonelli Erede Pappalardo e Freshfileds Bruckhaus Deinger, mentre Mayholla ha avuto al suo fianco Perella Wieinberg Partners e lo studio Chiomenti.
Settecento milioni sono dunque una bella cifra, pari a oltre 25 volte il margine operativo lordo del 2011: lo scorso anno il fatturato della maison Valentino (esclusa la licenza M Missoni) è stato di 322,4 milioni (+48,1% sul 2010) con un ebitda di 22,1 milioni (quasi tre volte rispetto ai 7,5 milioni del 2010). Ottimo anche l’andamento nel primo semestre 2012, come anticipato da Stefano Sassi fin dalla metà di giugno, quando, in occasione di Pitti, a Firenze, si lasciò sfuggire per la prima volta che «Valentino è in vendita». Il fatturato del periodo gennaio-giugno è stato di 186 milioni (+23% sul 2011). I 700 e oltre milioni sono una bella cifra anche considerando le difficoltà che hanno caratterizzato la moda e persino il lusso nel 2012, giudicato spesso “aciclico” (basti pensare all’Ipo di Graff Diamonds, un marchio che vende gioielli del valore medio di 80mila euro, annunciata in grande stile e poi annullata in maggio, citando «avverse condizioni di mercato»). È certo una cifra ben diversa da quei 2,6 miliardi del 2007: l’operazione di cinque anni fa in realtà comprendeva due gioielli che, per ora, non prenderanno la vita del Qatar. Di Valentino Fashion Group fa parte anche MCS Marlboro Classic e nel 2007 c’era il 51% di Hugo Boss, che nel 2009, in occasione di una ristrutturazione del debito, fu scorporata e quotata a Francoforte, dove ora capitalizza circa 6 miliardi (Permira e i Marzotto possiedono circa i due terzi delle azioni Hugo Boss, il resto è flottante), con ricavi 2011 oltre i 2 miliardi e un ebitda di 469 milioni.
Per l’operazione Vfg l’emiro del Qatar non ha in realtà utilizzato il Qatar Investment Authority, il suo fondo sovrano, che ha una disponibilità di oltre 50 miliardi di euro, nato nel 2005 «per rafforzare l’economia del Paese diversificando in nuovi tipi di investimenti», come si legge sul sito ufficiale, all’indirizzo www.qui.qu. È la prima volta o quasi che si sente nominare la Mayhoola for Investment, che potrebbe forse raggruppare gli investimenti nella moda e nel lusso (pare ne siano allo studio altri). Tramite il fondo sovrano e altre società l’emiro ha già investito molto in Europa e negli Stati Uniti, passando dal calcio al lusso con estrema disinvoltura. L’emiro possiede il Paris Saint Germain, allenato da Carlo Ancelotti, e Harrod’s, comprato da Mohamed Al-Fayed (e l’emiro vorrebbe convincere il miliardario egiziano a vendere anche l’hotel Ritz di Place Vendome). Ci sono poi le quote – di superminoranza, per ora – in Tiffany, Crédit Suisse, Porsche, Volkswagen, Lagardère e Lvmh. E il recente investimento in Costa Smeralda, dove è subentrato al miliardario americano Tom Barrack.
Ma torniamo alla moda e al marchio Valentino: dopo l’addio del fondatore, Valentino Garavani, nel luglio 2007, a pochi giorni dal perfezionamento dell’operazione Permira, l’ufficio stile ha finalmente trovato una guida convincente, dal maggio 2009, in Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli, che hanno ridato slancio sia alle collezioni prêt-à-porter sia all’alta moda. Una svolta che ha riacceso l’attenzione degli investitori sul marchio: nei mesi scorsi si era parlato, ad esempio, dell’interesse del colosso della cosmesi Puig. Il futuro della maison è assicurato se gli investitori arabi continueranno a dar fiducia al duo di stilisti e se la produzione – e quindi la qualità delle collezioni – resteranno made in Italy.

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