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Il gelo italiano lungo 20 anni Perso il 18,4% rispetto al Pil dell’Eurozona

Il 2020 è stato l’anno del crollo. Ma in Italia la scossa è arrivata dopo un interminabile bradisismo, che con la sua azione lenta ma profonda ha spinto l’economia del Paese ai margini dell’Eurozona.

I numeri del confronto europeo sono chiarissimi nel disegnare i termini della sfida affidata al Recovery Plan che il governo dovrà chiudere nelle prossime settimane. Non si tratta solo, si fa per dire, di riparare ai danni della pandemia: il punto, ancora più ambizioso, è quello di superare la triste regola delle crisi, che vede l’Italia cadere più velocemente degli altri Paesi quando l’economia frena e riprendersi più lentamente quando l’aria torna buona.

Tradotta in cifre, elaborate con l’aiuto dei database della commissione Ue, la lunga stagnazione italiana ha ridotto del 18,4% il peso del nostro Paese sul complesso della produzione cumulata dall’Eurozona nei suoi confini attuali. Oggi il Pil italiano vale il 14,5% di quello dell’area euro, contro il 17,7% coperto nel 2001, all’interno di un quadro che negli anni a cavallo del 2000 era piuttosto stabile. Solo la Grecia ha subito un processo di dimagrimento più rapido. Mentre la Francia, etichettata da più di un’analisi come l’altro grande malato d’Europa, mostra nelle analisi patologie decisamente più leggere: Parigi valeva il 20,9% dell’economia europea nel 2001, e vale oggi il 20,3%. La Spagna invece, il big europeo che primeggia per l’intensità della recessione da pandemia, ha viaggiato comunque in senso contrario, guadagnando in termini relativi un 5,2% in venti anni.

Il fatto è che un campo così largo fa quasi scomparire gli effetti devastanti del -8,8% che ci ha colpito l’anno scorso. E, appunto, cancella l’idea che l’unico problema da affrontare, gigante quanto si vuole, sia di rimarginare le ferite prodotte dal virus.

L’erosione di capacità competitiva e produttività che ha impoverito il nostro sistema economico è un processo ormai storico. L’ultimo significativo balzo in avanti della nostra performance, che ha visto il Paese correre in misura percettibilmente più veloce della media europea, risale al 1995-1996, quando la quota italiana nel prodotto dell’attuale eurozona è salita di un punto e mezzo. Poi più nulla: per la regola della crisi, che da noi attenua i rimbalzi e accentua le cadute. Da allora i numeri compongono una litania: che vede l’Italia sfondare al ribasso quota 17% nel 2008, 16% nel 2014 e 15% nel 2019. Sempre più ai margini.

Il dato è tutt’altro che teorico. L’analisi delle cause è sterminata, e punta a una burocrazia snervante e conservatrice, a un sistema fiscale nemico di chi prova a crescere, a una geografia imprenditoriale frammentata e spesso concentrata su singoli settori soggetti alle ondate della concorrenza internazionale. Ma il risultato è univoco. E chiaro. Gli italiani diventano sempre più poveri dei loro vicini. Nel 2001 a ogni italiano toccava in media un reddito esattamente in linea con i livelli europei, e pari all’85,9% di quelli tedeschi. Oggi il Pil pro capite da noi è fermo all’82,8% della media dell’Eurozona, e arriva al 67,6% dei valori registrati in Germania. Ma il confronto con Berlino fa vacillare anche la lettura dell’euro come paradiso tedesco e inferno italiano: perché la dinamica della Germania nel Pil dell’Eurozona disegna una «U», che al crollo pesante negli anni 2001-2008 fa seguire una ripresa che pareggia i conti dal 2009 in poi, quando cominciano a farsi sentire gli effetti della stagione delle riforme varata con l’«Agenda 2010».

I numeri della stagnazione aiutano anche a spiegare l’eccezionalità politica italiana, cadenzata dal crollo delle figure dominanti sulla scena di una seconda Repubblica fallimentare in termini economici che ha poi alimentato gli esperimenti populisti nella stagione appena archiviata dal governo Draghi. Ma soprattutto misurano l’urgenza della sfida di queste settimane. Perché le asimmetrie nell’intensità degli stimoli fiscali ma anche nei tempi di vaccinazione rischiano di diversificare i ritmi della ripresa. E di approfondire l’ennesima manifestazione della regola della crisi. L’agenda del governo Draghi è tutta qui.

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