La percentuale 13% è un rompicapo per il socialdemocratico ministro delle Finanze e vice cancelliere tedesco Lars Klingbeil: a tanto è sceso il gradimento degli elettori nell’Spd, relegando il suo partito a un umiliante quarto posto nei sondaggi dopo AfD, Cdu, Verdi e a tanto ammonta la quota in azioni Commerzbank posseduta dal suo ministero, tramite il Fondo per la stabilizzazione dei mercati finanziari. Mentre sul fronte politico la partita è difficile ma aperta fino alle elezioni federali nel 2029, i tempi sul futuro della seconda banca tedesca sono più pressanti e politicamente scottanti.
Klingbeil, e quindi il Governo tedesco, deve decidere come comportarsi come azionista di Commerz, secondo solo a UniCredit. Tre le opzioni: dare battaglia e prendere posizioni ostili nei confronti del nuovo proprietario, esercitando pressione tramite i due membri nel Consiglio di sorveglianza da lui nominati; collaborare e assecondare i piani dell’ad Andrea Orcel, tra i quali la probabile cacciata dell’ad Bettina Orlopp e del presidente del cds Jens Weidmann, in cambio di concessioni su occupazione, sede a Francoforte, quotazione e finanza alle Mittelstand con rete internazionale; oppure vendere la quota, incassare qualcosa come 6 miliardi e uscire infine da una partecipazione detenuta dal 2009.
Risale proprio al 2009 l’ingresso dello Stato tedesco in Commerz, un’operazione per la quale vennero usati 18,2 miliardi dei contribuenti (in larga parte restituiti dalla banca). All’epoca, il Fondo di stabilizzazione dei mercati finanziari, il braccio operativo per i salvataggi bancari a carico dello Stato, impose una lunga serie di «condizioni e obblighi» a Commerz nell’ambito di un contratto quadro. Quelli relativi alle ricapitalizzazioni riguardavano per esempio la concessione dei crediti, i sistemi di compensi e remunerazione del personale, le retribuzioni dei dirigenti, i dividendi, i diritti di delega del Fondo nel Consiglio di sorveglianza. In questo contesto, Commerz si impegnò – pubblicando sul sito e in Gazzetta Ufficiale una dichiarazione – «su richiesta del Fondo e nei limiti consentiti dalla legge, ad adottare tutte le misure necessarie affinché due persone designate dal Fondo siano nominate membri del Consiglio di sorveglianza». E lo stesso è stato fatto finora per i loro successori. Inoltre, «qualora la partecipazione azionaria del Fondo nella Banca scenda al di sotto del 10%, i suddetti diritti del Fondo si limitano a un membro del Consiglio di sorveglianza».
Alla fine dell’incontro che si è tenuto lunedì tra Klingbeil e Orcel a Berlino, il ministero ha fatto sapere che il Governo federale, in quanto azionista di Commerz, «deve» continuare ad avere due rappresentanti nel cds. UniCredit potrebbe vederla diversamente: un impegno preso con una dichiarazione nel 2009, nel contesto di un salvataggio di Stato con ricapitalizzazione, potrebbe decadere nel momento in cui la banca – a distanza di 17 anni – ha un nuovo proprietario. I vertici di Commerz non possono allinearsi a questa chiave di lettura: i due rappresentanti dello Stato possono per esempio bloccare l’azzeramento dei vertici. Una battaglia legale non è da escludersi, ma sarebbe il modo peggiore di iniziare la creazione di un Campione europeo.
Proprio ieri Reuters, rilanciando voci che circolano da tempo, ha sostenuto che Orcel intende mettere alla porta Orlopp e Weidmann. Per arrivare a tanto, UniCredit potrebbe diluire la quota del 13% posseduta dal Governo all’8%, tramite una fusione tra Commerzbank e HVB come suggerita da Mediobanca. Un cosiddetto “reverse merger”: questa operazione potrebbe servire a due scopi, ridurre il peso del Governo e al tempo stesso soddisfare il Governo, in quanto Commerz manterrebbe il quartier generale a Francoforte e la quotazione in Borsa. Tuttavia per autorizzare in assemblea generale degli azionisti una fusione occorre una maggioranza qualificata e il voto del Governo potrebbe essere decisivo. Cosa farebbe Klingbeil?
A togliere le castagne dal fuoco al ministro potrebbe essere la stessa Orlopp, la quale in una conferenza recente organizzata da Handelsblatt ha velatamente avanzato l’ipotesi di un suo passo indietro, cioè dimissioni anticipate, nel caso in cui non fosse d’accordo con il piano Orcel. Questa eventualità può concretizzarsi nel momento in cui il Governo riesca a ottenere quanto richiesto: oltre alla sede e alla quotazione, anche un programma di licenziamenti soft, con scivoli, e il mantenimento della rete internazionale di Commerz per meglio servire l’internazionalizzazione delle Mittelstand.
Sulle filiali estere, corre voce che Orcel sia irremovibile: una fitta rete di presenze un po’ ovunque nel mondo, e con bassa redditività, non serve. UniCredit, per esempio, ha una presenza importante in Europa, soprattutto Est Europa, ma oltre alle sedi europee utilizza una manciata di “hub” a New York, Pechino e Singapore. Commerz per contro, con un modello di business incentrato su trade finance e Pmi, è fiera di essere presente in una quarantina di Paesi nel mondo tramite 13 filiali per corporate clients e 27 uffici di rappresentanza (di cui 3 in America latina, 9 in Africa e Medio Oriente, 12 in Asia e uno in Australia). A confronto Deutsche Bank, che ha sempre puntato sulla presenza internazionale e si definisce una Global Hausbank, è presente in 60 Paesi, 30 in Europa e 30 al di fuori, con un modello di business che assegna all’investment banking pari dignità con corporate banking e private banking: tanto che inizia già ad accogliere clientela corporate in uscita da Commerz.