27.05.2026

Alla Ue servono grandi banche, Bce frena il credito all’economia

  • Il Sole 24 Ore

«Negli Stati Uniti si riducono i requisiti patrimoniali per le banche, mentre in Europa avviene il contrario. Così non si aiuta l’economia. Anzi. Basti pensare che negli ultimi 6 anni il credito in Europa si è ridotto del 5% in termini reali, mentre negli Stati Uniti è aumentato del 10%». A sollecitare la Bce su questo e su altri temi è Lorenzo Bini Smaghi che, dopo un’esperienza durata 12 anni, oggi presiederà per l’ultima volta l’assemblea del gruppo francese Société Générale.

Dopo un lungo turnaround e il cambio di ceo, durante la sua presidenza Société Générale è tornata a macinare utili e ora in Borsa vale circa 50 miliardi di euro. Il rilancio degli ultimi anni può dirsi completato?

Rispetto all’inizio della mia presidenza, nel 2015, il valore della banca è più che raddoppiato. Non è stato facile, in un contesto macroeconomico e regolatorio europeo che tende a penalizzare le banche d’investimento. C’è comunque ancora molto lavoro da fare e sono convinto che la nuova squadra continuerà sulla strada tracciata. Sono molto soddisfatto anche del sistema di governance che abbiamo messo in atto al livello del board, che qualificherei come “best in class”.

La Vigilanza bancaria europea e la Ue continuano ad auspicare aggregazioni cross border tra banche. Ma esistono le condizioni perché esse avvengano e abbiano successo? La Banca centrale auspica, ma non si chiede perché si sono fatte finora poche fusioni transfrontaliere. E rifiuta per principio l’idea di avere qualsiasi responsabilità e di fare auto-critica. L’incertezza riguardo al trattamento prudenziale che viene dato ad una eventuale fusione è un ostacolo importante. L’abbiamo sperimentato al momento della fusione tra la nostra controllata ALD e Leaseplan, che ha dato vita a Ayvens, il leader mondiale nella mobilità. Le aggregazioni si fanno se creano valore per gli azionisti, in particolare grazie alle sinergie. Nella situazione attuale è più facile estrarre sinergie, soprattutto dal lato dei costi, dalle aggregazioni nazionali.

Ritiene che SocGen abbia già le carte in regola per essere protagonista di aggregazioni cross border o è prematuro?

Le aggregazioni sono inevitabili se si vuole competere con le grandi banche americane, soprattutto nel settore del corporate e investment banking. Queste guadagnano ogni anno quote di mercato, in tutti i comparti. I governi parlano di sovranità e di autonomia, ma dovrebbero chiedersi come la si può raggiungere se il sistema finanziario europeo è dominato da attori americani, che direttamente o indirettamente gestiscono il risparmio europeo.

È in corso l’Ops dell’italiana UniCredit sulla tedesca Commerzbank. Ma il Governo tedesco, pur non avendo strumenti legislativi per farlo, continua a opporsi. Che ne pensa?

Sorprende l’assordante silenzio delle istituzioni europee, dalla Commissione alla Bce, di fronte alle violazioni dei governi nazionali nei confronti delle regole comuni. Che sicuramente scoraggiano gli investitori a mettere i loro risparmi in Europa. Qualche giorno prima della fine del mandato il vice presidente della Bce, De Guindos, ha finalmente trovato il coraggio per criticare il governo tedesco contro le sue ingerenze. Facendo poi mezza marcia indietro. Ci vuole un po’ più di coraggio da parte di chi ha il compito istituzionale di difendere le regole del mercato unico. In un vero mercato sono gli azionisti a dover decidere.

In Europa i Governi nazionali, di varie coloriture politiche, stanno erigendo barricate a difesa delle banche e dei gestori del risparmio domestici in nome della difesa dell’interesse strategico nazionale. È una strategia che la convince?

I risultati dimostrano che questa strategia protezionistica non ha funzionato. Rimanendo piccoli, perché protetti, gli asset manager europei si sono ridotti a svolgere il ruolo di distributori di prodotti finanziari confezionati dai grandi operatori americani. Se non si creano grandi operatori europei, non si fa l’interesse dei risparmiatori, né del sistema dei paesi europei.

Su spinta della presidenza Trump, la Fed sta avviando una deregulation che porterà a una riduzione dei requisiti patrimoniali per molte banche. L’Europa dovrebbe fare altrettanto?

Le istituzioni europee, Commissione e Bce, hanno detto no alla deregolamentazione ma sì alla semplificazione. Tuttavia, le proposte fatte finora sono un flop. Non c’è niente di veramente significativo per semplificare il sistema e aiutare le banche a erogare più credito a famiglie e imprese. Al contrario, ogni scusa è buona – non ultima i rischi geopolitici – per chiedere alle banche di detenere sempre più capitale. Con la scusa che più capitale hanno le banche, più credito fanno. I dati mostrano proprio il contrario: nonostante il patrimonio bancario sia aumentato, il credito si è ridotto in Europa del 5% in termini reali negli ultimi 6 anni, mentre negli Stati Uniti è aumentato del 10%. Siamo sotto il livello pre-Covid. A pagarne il costo sono le economie europee.

Un gruppo di banche europee si è riunito in consorzio per promuovere la prima stablecoin in euro. Ma la Bce pare contraria. Qual è la sua valutazione?

Société Générale ha già emesso uno stablecoin in euro e uno in dollari. Ma mentre negli Stati Uniti questo strumento di pagamento viene considerato strategico, in Europa ci si interroga ancora sulla sua utilità. La Bce sostiene che lo stablecoin non è conveniente, come se fosse il compito di una banca centrale decidere quale tecnologia deve usare il settore privato. Dovrebbe invece cercare di creare le condizioni per fare in modo che qualsiasi strumento in euro – stablecoin o altro – sia più affidabile e più competitivo di quello in dollari. Questa diversità di atteggiamento tra le due sponde dell’Atlantico sta dando un enorme vantaggio agli emittenti americani. È vero masochismo. La Banca d’Inghilterra l’ha capito e ha già fatto autocritica, annunciando che sarà meno restrittiva e organizzando iniziative congiunte con il settore privato.