24.10.2025 Icon

Cyberattacco e rimessione in termini: la Cassazione rilegge il requisito della tempestività

La Corte di Cassazione, con la recente ordinanza n. 27626 del 16 ottobre 2025, segna un’importante svolta nella disciplina della rimessione in termini, precisando con chiarezza i parametri per valutare la tempestività dell’istanza quando la parte invoca un impedimento dovuto a causa di forza maggiore. La decisione, che si inserisce in un contenzioso su licenziamento disciplinare, affronta la delicata questione del cyberattacco informatico quale causa giustificativa della decadenza e cristallizza un principio di diritto destinato a fare da spartiacque nella giurisprudenza di legittimità.

Il caso: cyberattacco e ricorso tardivo

La vicenda trae origine dal licenziamento per giusta causa di un lavoratore, dipendente con mansioni di macellaio, accusato di aver simulato lo stato di malattia o di aver tenuto comportamenti incompatibili con lo stato certificato di infortunio alla mano sinistra. Il dipendente aveva impugnato stragiudizialmente il provvedimento il 20 maggio 2020, ma aveva depositato il ricorso giudiziale soltanto il 19 novembre 2020, tre giorni oltre il termine perentorio di 180 giorni previsto dall’articolo 6 della legge n. 604/1966.​

La società datrice di lavoro aveva prontamente eccepito la decadenza, sostenendo che il termine ultimo per il deposito sarebbe scaduto il 16 novembre 2020. Il lavoratore, attraverso il proprio difensore, aveva allora chiesto la rimessione in termini ex articolo 153, comma 2, del codice di procedura civile, adducendo un impedimento non imputabile: un cyberattacco mediante criptolocker che aveva colpito lo studio legale proprio nei giorni cruciali, rendendo inutilizzabili quattro computer e la chiavetta di firma digitale necessaria per il deposito telematico.​

Il Tribunale di Torre Annunziata aveva inizialmente accolto l’eccezione di decadenza, dichiarando inammissibile la domanda. In sede di opposizione, però, il giudice aveva accolto l’istanza di rimessione in termini, ritenendo credibile e sufficientemente documentato l’attacco informatico, che secondo la relazione tecnica prodotta dal difensore aveva richiesto un intervento di recupero dal 16 al 19 novembre 2020. Nel merito, il Tribunale aveva poi riconosciuto l’insussistenza del fatto contestato, ordinando la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro ai sensi dell’articolo 18, comma 4, della legge n. 300/1970.​

Il ragionamento della Corte d’Appello: la “benevolenza” nel periodo emergenziale

La Corte d’Appello di Napoli aveva confermato la decisione di primo grado, respingendo il gravame della società. I giudici territoriali avevano ritenuto che l’istanza di rimessione in termini fosse tempestiva perché formulata alla prima udienza utile successiva all’eccezione di decadenza sollevata dalla controparte, corredata di adeguata documentazione tecnica sull’attacco informatico. La Corte aveva inoltre riconosciuto la sussistenza dell’impedimento non imputabile, richiamando la giurisprudenza delle Sezioni Unite (sentenza n. 4135/2019) e della Cassazione (ordinanza n. 29757/2019) che avevano qualificato il virus informatico come causa di forza maggiore.​

In particolare, i giudici di secondo grado avevano valorizzato il fatto che l’attacco informatico si era manifestato nel pomeriggio dell’ultimo giorno utile per il deposito (16 novembre 2020), quando non sarebbe stato più possibile procedere nemmeno con il deposito cartaceo. Inoltre, il periodo emergenziale COVID-19 imponeva l’obbligo di deposito telematico degli atti introduttivi del giudizio ai sensi dell’articolo 83 del d.l. n. 18/2020, vigente fino al 31 dicembre 2020. La Corte aveva anche richiamato il provvedimento n. 237/2020 dell’Ufficio di presidenza della Corte d’Appello di Napoli, che invitava i magistrati del distretto a valutare “con sufficiente benevolenza” le richieste di rimessione in termini, considerate le difficoltà di accesso agli uffici giudiziari dovute alla pandemia.​

Il principio della Cassazione: tempestività come immediatezza

La Suprema Corte ha però rovesciato questa prospettiva, accogliendo il ricorso della società e cassando la sentenza con rinvio. Secondo i giudici di legittimità, la Corte territoriale aveva commesso un errore giuridico nell’ancorare la valutazione della tempestività dell’istanza all’eccezione di decadenza sollevata dalla controparte e alla prima udienza successiva a tale eccezione.​

La Cassazione ha chiarito che la tempestività va valutata rispetto al momento in cui è maturata la decadenza e di cui abbia avuto consapevolezza la parte o il suo difensore, non rispetto alle eventuali eccezioni della controparte. Come già affermato nella giurisprudenza precedente (Cassazione n. 23561/2011 e n. 6102/2019), la rimessione in termini richiede “l’immediatezza della reazione rispetto al palesarsi della necessità di svolgere quell’attività processuale ormai preclusa”.​

Il Collegio ha precisato che la rimessione in termini non può essere condizionata o rapportata alla proposizione dell’eccezione di decadenza della controparte. Inoltre, ha respinto l’idea che l’istanza possa considerarsi sempre tempestiva sol perché anteriore alla decisione di improcedibilità: una simile interpretazione priverebbe il giudice della possibilità di valutare effettivamente la tempestività dell’istanza, valutazione che invece il legislatore espressamente gli riserva.​

La Corte ha dunque enunciato il seguente principio di diritto, destinato a orientare la giurisprudenza futura: “ai fini della rimessione in termini il requisito essenziale della tempestività dell’istanza della parte colpita dalla decadenza va valutato rispetto al momento in cui si è palesata la necessità di svolgere quell’attività processuale ormai preclusa ed alla consapevolezza acquisita dalla parte, a prescindere dalle eccezioni eventualmente sollevate a riguardo dalla controparte“.​

Tale principio si fonda sulla ratio dell’istituto della rimessione in termini, che presuppone non solo un impedimento oggettivamente non imputabile alla parte, ma anche un comportamento diligente e tempestivo nel reagire all’impedimento stesso. La tempestività deve essere intesa come “immediatezza della reazione” e deve concretarsi in “un termine ragionevolmente contenuto e rispettoso del principio della durata ragionevole del processo” ex articolo 111 della Costituzione.​

In altri termini, non appena la parte o il suo difensore si rendono conto di essere incorsi in una decadenza per causa non imputabile, devono attivarsi immediatamente per chiedere la rimessione in termini. L’inerzia, anche se protratta per pochi giorni, può risultare incompatibile con il requisito della tempestività, indipendentemente dal fatto che la controparte abbia o meno sollevato l’eccezione di decadenza.​

Implicazioni per gli avvocati: dovere di prontezza e sicurezza informatica

La decisione della Cassazione impone una riflessione sulle dinamiche processuali della rimessione in termini e sulla responsabilità del difensore nell’era del processo telematico. Da un lato, la Suprema Corte ribadisce che l’istituto non può trasformarsi in uno strumento per rimediare a comportamenti diligibili della parte o del difensore: la richiesta deve essere immediata, documentata e proporzionata all’impedimento subito. Dall’altro, però, la Corte riconosce implicitamente che gli attacchi informatici possono costituire un rischio reale e sempre più frequente per gli studi legali, che trattano dati sensibili e sono esposti a minacce ransomware come il criptolocker.​

La sentenza impone quindi ai difensori un dovere di organizzazione dello studio professionale che contempli anche misure di sicurezza informatica adeguate, nonché procedure di emergenza per fronteggiare tempestivamente eventuali attacchi. Non basta subire l’attacco: occorre reagire immediatamente, documentare l’accaduto con perizie tecniche e, ove possibile, adottare soluzioni alternative (come il deposito tramite altro dispositivo o altro studio associato) per garantire il rispetto dei termini processuali.​

Autore Pasquale Parisi

Associate

Milano

p.parisi@lascalaw.com

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