Lo scorso 7 novembre 2025 la Banca d’Italia ha pubblicato un’analisi avente a oggetto l’impegno delle imprese non finanziarie italiane ad affrontare i rischi connessi al cambiamento climatico.
Come noto, secondo l’EBA e la Banca d’Italia tali rischi si declinano in due diverse tipologie: da un lato abbiamo il rischio fisico, che riguarda l’impatto degli elementi naturali sull’impresa (per esempio, l’aumento delle temperature derivante dal cambiamento climatico può provocare un aumento anche della siccità in certe aree geografiche, penalizzando le imprese agricole che ivi operano); dall’altro lato abbiamo il rischio di transizione, che ha a oggetto invece l’impatto delle nuove regole, volte a intervenire contro il cambiamento climatico, sull’impresa stessa (per esempio, l’introduzione di una disposizione che vieta l’impiego di una materia prima altamente inquinante penalizza le imprese che la utilizzano nel loro ciclo produttivo, e non si siano convertite in tempo).
Entrambi i rischi influiscono direttamente sul merito creditizio e sul rischio di credito dell’impresa: è logico che l’impresa che sia esposta a tali rischi, e non faccia nulla per farvi fronte, faccia più fatica a ottenere finanziamenti, o a ottenerli a condizioni migliori, ovverosia a ottenere misure di tolleranza nel caso di finanziamenti già erogati.
Nonostante tutto ciò, dall’analisi della Banca d’Italia emergono carenze diffuse nella gestione delle emissioni e dei rischi fisici, nella pianificazione della transizione e nella governance.
Molte imprese sono prive di copertura assicurativa contro questa tipologia di rischi.
Molte imprese non monitorano le loro emissioni.
E anche laddove l’impresa adotti formalmente degli impegni ad accrescere la sostenibilità climatica, ciò non ne migliora necessariamente il merito creditizio, se dall’impegno non derivino progressi misurabili.
Anzi, in molti casi gli indicatori che vengono utilizzati per il rischio fisico non appaiono allineati a indicatori oggettivi.
Tutto ciò è preoccupante perché nasconde una latente vulnerabilità del nostro comparto industriale, esposto a rischi sempre nuovi di cui non si ha (o non si vuole avere) alcuna consapevolezza.
La vulnerabilità del settore industriale naturalmente determina anche la vulnerabilità del settore finanziario, nel caso in cui questo non intervenga adeguatamente per favorire una rapida inversione di rotta.
Dall’analisi emerge anche una marcata differenza territoriale nell’approccio delle imprese a tali tematiche, con una netta prevalenza di quelle del nord Italia.
Il rischio è ovviamente quello che, a lungo andare, il cambiamento climatico accentui la differenza di efficienza e di produttività delle imprese settentrionali rispetto alle meridionali, indebolendo ulteriormente il sistema economico nazionale.
11.12.2025