I requisiti per l’accesso alla procedura di concordato preventivo

9° pillola: La liquidazione dell’attivo e il riparto

Torniamo con la nostra rubrica settimanale “La nuova crisi d’impresa su Iusletter. In pillole”, a cura di Luciana Cipolla, Partner dello Studio e Responsabile del Team Concorsuale, per parlare di liquidazione dell’attivo e di riparto.

Per rendere più agevole la lettura delle Pillole e consentire un esame immediato delle novità apportate dal Codice della Crisi, troverete qui i link per poter accedere sia al testo della Legge Fallimentare in vigore sino ad agosto 2020, sia al testo del Codice della Crisi.

La liquidazione dell’attivo e la ripartizione dell’attivo

Nell’ottica di snellire l’attività del curatore e accelerare le modalità di liquidazione dell’attivo l’art. 213, dedicato al programma di liquidazione, non prevede più, come invece l’art.  104ter l.f., il contenuto analitico del programma limitandosi a precisare che questo è diviso in sezioni in cui sono indicati separatamente i criteri e le modalità di liquidazione dei beni immobili, della liquidazione degli altri beni e della riscossione dei crediti, con indicazione dei costi e dei presumibili tempi di realizzo.

Nel programma, inoltre, devono essere indicate le azioni giudiziali di qualunque natura  e il subentro nelle liti pendenti, con i costi per il primo grado di giudizio. Devono, inoltre, essere indicati gli esiti delle liquidazioni già compiute.

L’art. 104 ter l.f. imponeva al curatore di indicare un termine entro il quale avrebbe dovuto essere conclusa la liquidazione dei beni, specificando che detto termine non poteva essere superiore  a due anni dalla data di deposito della sentenza dichiarativa di fallimento, salva una richiesta motiva di proroga del termine.

Ora l’art. 213 scandisce meglio i tempi di questa attività:

  • – innanzitutto è previsto che, oltre al termine di presumibile completamento dell’attività di liquidazione, debba essere altresì indicato il termine entro il quale questa avrà inizio;
  • – il primo esperimento di vendita dovrà avvenire entro dodici mesi dalla data di apertura della procedura e dovranno essere altresì iniziate le attività di recupero dei crediti;
  • – il termine per il completamento della liquidazione non potrà eccedere i cinque anni dal deposito della sentenza di apertura della procedura, salvo un differimento sino a sette anni che può essere disposto in casi eccezionali dal Giudice Delegato.

Il termine di due anni previsto dalla vecchia legge fallimentare (anche se, a onor del vero, si tratta di un termine che era stato introdotto solo con la riforma del 2015) per il completamento della liquidazione viene quindi portato, più realisticamente, a cinque anni: occorrerà capire in che modo tali termini incideranno sulla durata media delle procedure di liquidazione giudiziale.

Ed infatti nel Report La Scala e Cerved di recentissima pubblicazione si è dato atto del fatto che nel 2018, probabilmente anche grazie alle modifiche apportate alla legge fallimentare nel 2015, i tempi di chiusura delle procedure fallimentari hanno segnato una modesta (ma costante) riduzione dei tempi di durata ora stimabili in 7 anni, con picchi di 4 anni nei tribunali più efficienti e 15 anni nei tribunali meno performanti. Se Il termine quinquennale introdotto ora pare recepire quella che è la durata media delle procedure ci si chiede se – visto che l’obiettivo della riforma è quello di ridurre i casi di accesso alla liquidazione giudiziale o, comunque, consentire alle imprese di giungere a tale fase terminale in modo più “ordinato” – non si sarebbe potuto prevedere un termine più ottimistico.

Sempre in un’ottica di accelerazione devono essere lette le modifiche in base alle quali al comitato dei creditori non è più consentito proporre modifiche al programma di liquazione. Il Giudice Delegato però, in un’ottica di controllo dell’operato del curatore, dovrà autorizzare i singoli atti liquidatori dovendo escludersi un’autorizzazione generalizzata.

Infine, l’art. 213 prevede ora che, esperiti inutilmente sei esperimenti di vendita, l’attività liquidatoria si presume manifestamente non conveniente. A questo punto il curatore, previa acquisizione del parere del comitato dei creditori, potrà non acquisire all’attivo o rinunciare a liquidare uno o più beni.

Per quanto riguarda le modalità di liquidazione dei beni, l’art. 216, pur riprendendo molti dei principi contenuti nella vecchia legge fallimentare, presenta interessanti novità. Innanzitutto le vendite e gli altri atti della liquidazione devono essere effettuati con modalità telematiche tramite il portale delle vendite pubbliche.

I beni acquisiti all’attivo sono stimati da esperti nominati dal curatore e la relazione di stima deve essere depositata con modalità telematiche e pubblicata sul portale delle vendite pubbliche.

Per i beni immobili è previsto che vengano posti in essere almeno tre esperimenti di vendita all’anno e che, dopo il terzo esperimento andato deserto, il prezzo possa essere abbassato sino alla metà rispetto a quello dell’ultimo esperimento.

L’ultimo comma dell’art. 216 prevede poi, a fine statistici, che i dati delle relazioni di stima sono estratti ed elaborati a cura del Ministero della Giustizia, anche nell’ambito di rilevazioni statistiche e pubblicati sul portale delle vendite pubbliche.

Non si registrano invece particolari novità con riguardo alla fase di liquidazione dell’attivo.

L’art. 220 prevede ora espressamente che si giunga al riparto delle somme disponibili solo quando l’entità del passivo accertato consenta una ripartizione in misura apprezzabile.

Tale norma è stata vista con favore nella misura in cui , sempre in un’ottica di efficienza del sistema, si intende evitare il compimento di attività dispendiose prive di concreta utilità.

Invero, ad avviso di chi scrive, il problema potrebbe non essere questo: troppo spesso, infatti, i curatori attendono diverso tempo prima di procedere alla ripartizione di somme, anche consistenti, in attesa di future, e spesso incerte, liquidazioni.

Tale dettato è comunque mitigato dall’ultimo comma dell’art.220 che prevede comunque l’obbligo per il curatore di procedere al riparto, in presenza di somme disponibili, pena la sua revoca.

Non è più previsto il deposito cartaceo del progetto di riparto ma il suo invio telematico ai creditori, onde garantirne celerità e speditezza di consultazione.

Infine, è stata introdotta una norma, l’art. 226, la quale prevede che il creditore ammesso tardivamente ha diritto di concorrere sulle somme già distribuite se assistititi da cause di prelazione o il ritardo è dipeso da cause ad esso non imputabili. Il titolare di diritti su beni mobili o immobili, se prova che il ritardo nella presentazione della domanda è dipeso da causa non imputabile, può chiedere che siano sospese le attività di liquidazione del bene sino all’accertamento del diritto.

 

Nella prossima Pillola concluderemo la liquidazione giudiziale, affronteremo il concordato nella liquidazione giudiziale per poi arrivare all’esame del concordato preventivo.

Per leggere il testo della Legge Fallimentare, in vigore sino ad agosto 2020 e il testo del Codice della Crisi.

Per leggere le precedenti pillole.

Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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