Diritto d'autore

Google books e la diffusione del “sapere letterario”

United States Court of appeals, Authors Guild v. Google Inc., 16 ottobre 2015  (leggi la sentenza

La sentenza in commento è destinata ad avere notevole clamore mediatico non solo per l’importanza dei soggetti coinvolti, ma anche per i suoi risvolti pratici sia negli U.S.A. che in Europa. Difatti, dopo circa 10 anni di dispute giurisdizionali, Google ha vinto il secondo grado della causa contro la Authors Guild of America, cioè la più importante associazione di autori americani.

L’oggetto della causa è la presunta violazione dei diritti di privativa degli autori di opere letterarie perpetrata, a detta della ricorrente, da parte della società Google Incorporation per il tramite di Google Books. Questo servizio è un ingegnoso progetto del colosso californiano realizzato nel 2004 (all’epoca con il nome di Google Print) ed il cui fine era quello di rendere disponibili tutti i libri in tutte le lingue. Il servizio nel corso del tempo ha avuto un significativo sviluppo: ad oggi sono stati scannerizzati più di 30 milioni di libri suddivisi tra quelli che sono integralmente consultabili giacché non coperti da copyright e quelli invece consultabili solo per il tramite di un abstract (breve o lungo a seconda delle determinazioni di autore ed editore).

La vicenda sorge nel 2005 quando la Authors Guild, sotto forma di class action, cioè come azione collettiva cita Google in U.S.A. per il servizio Google Books chiedendo un risarcimento di circa 750 dollari libro copiato più altri 750 di danni (in sostanza, 1.500 dollari a libro). Si pensi che, in caso di sconfitta, Google aveva calcolato un danno di 3 miliardi di dollari.

Lo scorso 16 ottobre, la Corte d’Appello di New York, presieduta dal giudice Denis J. Butler, ha emesso la sentenza stabilendo che il servizio del motore di ricerca rispetta le norme sulla proprietà intellettuale delle opere giacché i libri protetti da diritti di privativa non sono visionabili integralmente e, allo stesso tempo, quelli protetti sono visionabili solo con il consenso dell’autore e dell’editore e, in ogni caso, in misura ridotta. D’altronde, secondo i giudici, il servizio del gigante della Silicon Valley «consente al lettore di valutare se siano di suo interesse, senza rivelare così tanto del contenuto, o minacciare gli interessi dell’autore».

Il precedent della Corte è costituito dal caso HathiTrust Digital Library, cioè un progetto di libreria digitale per disabili creata scannerizzando libri di alcune biblioteche. In quel caso fu stabilito che non si era verificata alcuna violazione del copyright. Sul solco di quanto deciso all’epoca, il giudice Butler ha dichiarato che: «L’unica domanda era “è diverso quando a farlo su larga scala è la più grande e più ricca società negli Stati Uniti?” La risposta è no».

Nel frattempo, i legali dell’Authors Guild dichiarano che impugneranno la sentenza dinanzi alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

23 ottobre 2015

Franco Pizzabiocca – f.pizzabiocca@lascalaw.com

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