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Concordato preventivo: una procedura non infallibile

Un concordato preventivo che non viene adempiuto. Un creditore che ne propone la risoluzione oltre il termine ultimo per poterlo fare. Sembra l’inizio di una “bellissima” storia, ma si conclude “con un fallimento”.

Un creditore propone istanza di risoluzione del concordato preventivo omologato e, contestualmente, istanza di fallimento a danno della medesima società.

Il ricorso si fonda sul mancato rispetto degli adempimenti e delle obbligazioni assunte nell’ambito della procedura concordataria, atteso che nessun pagamento era stato disposto in favore del ceto chirografario.

Si costituisce il Commissario, deducendo, in primo luogo, l’inammissibilità della domanda di risoluzione ritenendola ultra tardiva, in quanto proposta oltre il termine annuale che, per tale fine, decorre dalla scadenza dell’ultimo adempimento previsto dal piano, ai sensi dell’articolo 186 l.f..

In seconda battuta, il Commissario contesta l’assenza di inadempimenti da parte del Concordato, considerando come non sia stato garantito alcun pagamento in favore del ceto chirografario e come neppure siano state fissate percentuali o scadenze a riguardo.

Ad ogni modo, continua il Commissario, un eventuale inadempimento sarebbe privo del requisito dell’importanza, richiesto dal predetto art 186 l.f. per la risoluzione del concordato.

Infine, con riguardo all’istanza di fallimento proposta del creditore, ne viene richiesto il rigetto.

I Giudici del Tribunale di Catania, in prima battuta, non accolgono la domanda di risoluzione del concordato proposta dal debitore.

Questi, infatti, conscio dell’ultra tardività della richiesta, aveva richiamato a supporto della propria pretesa una pronuncia di legittimità nell’ambito della quale si statuiva che “ove il termine in questione [e cioè quello per l’ultimo adempimento, ex art. 183 l.f. – n.d.r.] non sia stato fissato in modo tassativo (come sembrerebbe nel caso che qui occupa), esso decorre dall’esaurimento delle operazioni di liquidazione che si compiono non soltanto con la vendita dei beni, ma anche con gli effettivi pagamenti (cfr. Cass. Civ.,Sez. I, 20.12.2012, n. 27666)”;

Senza nemmeno affrontare il tema dell’eventuale inadempimento o dell’importanza dello stesso, i Giudici evidenziano come il termine per siffatta domanda sia stato fissato all’interno dello stesso piano e che, dunque, la ricostruzione offerta dal creditore, oltre a differire potenzialmente sine die il termine per la proposizione dell’istanza di risoluzione, si porrebbe in contrasto l’accordo raggiunto nell’ambito del concordatario omologato stesso.

Una lettura parziale della sentenza in commento potrebbe condurre alla logica conclusione di un integrale rigetto delle domande proposte dal ricorrente.

Ma così non è, in quanto i Giudici siciliani svincolano il tema della risoluzione del concordato da quello dell’istanza di fallimento.

Il Tribunale, infatti, aderisce apertamente a quella giurisprudenza secondo cui non è preclusa la dichiarazione di fallimento pur in difetto di risoluzione del concordato preventivo omologato: “ove si profili una nuova insolvenza dell’imprenditore rispetto agli obblighi concordatari assunti ovvero rispetto a nuove obbligazioni contratte, l’esercizio dell’iniziativa ex art. 6 o 7 l.f. non può legittimamente considerarsi preclusa dell’esistenza di un concordato preventivo omologato”.

A supporto di tale ricostruzione vengono offerte pronunce della Corte di Cassazione (Cass. Civile, sez. I, 16 maggio 2017, n. 17703), secondo cui “”Nell’ipotesi di impresa già ammessa al concordato preventivo poi omologato, ed in caso di inadempimento dei debiti concorsuali, il creditore insoddisfatto può senz’altro avanzarne istanza di fallimento, ai sensi dell’art. 6 l.fall., a prescindere dall’intervenuta risoluzione del detto concordato, essendo ormai venuto meno – dopo la riforma dell’art. 186 l.fall. introdotta dal d.lgs. n. 169 del 2007 – ogni automatismo tra risoluzione del concordato e dichiarazione di fallimento e dovendo l’istante proporre la domanda di risoluzione, anche contestualmente a quella di fallimento, solo quando faccia valere il suo credito originario e non nella misura già falcidiata”.

I Giudici passano, dunque, alla disamina dei presupposti oggettivi e soggettivi proposti dalla legge fallimentare e concludono: la società deve essere dichiarata fallita.

Sicuramente una buona notizia per i creditori che si vedono riconosciuta una “ultima spiaggia” per (almeno tentare) di recuperare il proprio credito, a seguito di un concordato i cui ingranaggi si sono inceppati.

Trib. Catania, 11 Febbraio 2021

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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