I requisiti per l’accesso alla procedura di concordato preventivo

10° pillola: La chiusura della liquidazione giudiziale. Il concordato nella liquidazione giudiziale

Nella nuova pillola della nostra rubrica settimanale “La nuova crisi d’impresa su Iusletter. In pillole”, a cura di Luciana Cipolla, Partner dello Studio e Responsabile del Team Concorsuale, parliamo della chiusura della liquidazione giudiziale e del concordato nella liquidazione giudiziale.

Per rendere più agevole la lettura delle Pillole e consentire un esame immediato delle novità apportate dal Codice della Crisi, troverete qui i link per poter accedere sia al testo della Legge Fallimentare in vigore sino ad agosto 2020, sia al testo del Codice della Crisi.

I casi di chiusura della liquidazione giudiziale sono disciplinati dall’art. 233 del Codice che, sostanzialmente, riproduce il contenuto della vecchia legge fallimentare.

Si segnala, come novità, l’art. 234 rubricato “Prosecuzione di giudizi e procedimenti esecutivi dopo la chiusura”, il quale prevede che, in caso di chiusura anticipata della procedura di liquidazione, i giudizi e i procedimenti esecutivi possano proseguire. Testualmente:

“La chiusura della procedura nel caso di cui all’articolo 233, comma 1, lettera c), non e’ impedita dalla pendenza di giudizi o procedimenti esecutivi, rispetto ai quali il curatore mantiene la legittimazione processuale, anche nei successivi stati e gradi del giudizio, ai sensi dell’articolo 143. La legittimazione del curatore sussiste altresì per i procedimenti, compresi quelli cautelari e esecutivi, strumentali all’attuazione delle decisioni favorevoli alla liquidazione giudiziale, anche se instaurati dopo la chiusura della procedura”.

Per il resto non si segnalano novità di rilievo.

Il concordato nella liquidazione giudiziale

Per quanto concerne il concordato nella liquidazione giudiziale, gli articoli 240 – 253 del Codice sostituiscono gli articoli 124 – 141 della legge fallimentare che disciplinavano il concordato fallimentare.

A prescindere dalle (ormai note) questioni terminologiche (non si parla più per esempio di fallito che propone il concordato fallimentare, ma del debitore che propone un concordato nella liquidazione giudiziale), non si segnalano novità significative se non quelle, poche, che andremo ad esporre infra.

La disciplina dell’istituto è sostanzialmente uguale e le norme disciplinano, sistematicamente, la proposta di concordato, la sua presentazione ed esame da parte del curatore e del comitato dei creditori, la procedura di voto, la sua esecuzione, l’omologa e le fasi di eventuale risoluzione o annullamento.

Una delle novità di interesse è la circostanza per la quale, così come avviene nel concordato liquidatorio (e come si vedrà nelle prossime pillole), laddove la proposta provenga dal debitore, è necessario che questa, ai fini della sua ammissibilità, preveda “l’apporto di risorse che incrementino il valore dell’attivo di almeno il dice per cento”.

Si tratta di un principio che è stato introdotto in conformità a quanto previsto per il concordato preventivo liquidatorio: lo scopo è quello di limitare il ricorso a tale strumento ai soli casi in cui vi sia una effettiva e apprezzabile utilità per i creditori rispetto alla chiusura della liquidazione giudiziale. Lo scopo è chiaramente anche quello di evitare che procedure in fase di chiusura vengano inutilmente “allungate” da proposte prive di effettiva utilità per i creditori.

Con riguardo al diritto di voto e ai soggetti che possono esercitarlo, l’unica novità di rilievo è contenuta nell’art. 243 che, recependo l’orientamento giurisprudenziale più recente, prevede ora espressamente che sono esclusi dal diritto di voto anche i “creditori in conflitto di interesse”.

Il quinto comma dell’art. 243 recita testualmente:

Sono esclusi dal voto e dal computo delle maggioranze il coniuge, la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, il convivente di fatto del debitore, i suoi parenti e affini fino al quarto grado, la societa’ che controlla la societa’ debitrice, le societa’ da questa controllate e quelle sottoposte a comune controllo, nonche’ i cessionari o aggiudicatari dei loro crediti da meno di un anno prima della domanda di concordato. Sono inoltre esclusi dal voto e dal computo delle maggioranze i creditori in conflitto d’interessi”.

Ci si è interrogati su cosa si debba intendere per “creditori in conflitto di interessi” e rispetto a chi o cosa debba essere valutato tale conflitto: la risposta fornita dalla dottrina è nel senso di ritenere che tale stato di conflitto debba essere valutato con riguardo al soggetto che propone il concordato e, quindi, il debitore, un creditore  o un terzo.

Di talchè, quando vi sia un collegamento giuridico – economico e quando appaia che quel voto possa alterare la maggioranza a favore del proponente sarà evidente l’esistenza di un conflitto rilevante ai fini dell’esclusione dall’esercizio del diritto di voto.

Diversamente non pare che, ai fini della sussistenza del conflitto, assuma rilievo l’interesse del debitore in se e per se considerato.

Non si registrano altre novità di particolare interesse.

Ed effettivamente le modifiche che erano state apportate al testo della legge fallimentare già nel 2006 avevano dato buona prova di funzionalità e il legislatore della riforma ha dato prova di non voler effettuare modifiche “a tutti costi”, ma di voler salvare ciò che di buono era stato apportato dai precedenti interventi.

Nei prossimi numeri andremo ad esaminare cosa è cambiato nella disciplina del concordato preventivo.

Per leggere il testo della Legge Fallimentare, in vigore sino ad agosto 2020 e il testo del Codice della Crisi.

Per leggere le precedenti pillole.

Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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