Cambiare forma di previdenza complementare senza perdere il contributo del datore di lavoro. Da sabato scorso la previdenza complementare offre una libertà in più: chi trasferisce la propria posizione verso un fondo aperto o un piano individuale pensionistico (Pip) mantiene il diritto al contributo aziendale previsto dal contratto. Viene meno il vincolo che subordinava questa possibilità ai limiti e alle modalità stabiliti dagli accordi collettivi. Resta,
in via ordinaria, il requisito dei due anni di partecipazione prima del trasferimento. Una modifica che amplia la concorrenza e rende più importante confrontare costi e caratteristiche.
La stessa data del 31 ottobre ha segnato il debutto dell’erogazione frazionata del capitale accumulato, distribuito su un periodo di almeno cinque anni. Si aggiunge alle altre possibilità introdotte dalla riforma, dalla redita a durata definita ai prelievi liberamente determinabili entro i limiti di legge. Il momento dell’uscita diventa così più flessibile, ma richiede una scelta attenta: una rendita vitalizia protegge dal rischio di vivere più a lungo delle proprie risorse, mentre un capitale consumato attraverso prelievi può esaurirsi. Cambia anche il trattamento fiscale: per l’erogazione frazionata, sulla parte imponibile si applica un’aliquota del 20%, ridotta di 0,25 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino al minimo del 15%.
Le novità arrivano mentre la demografia restringe lo spazio sul quale poggia il sistema pubblico. Secondo le ultime previsioni dell’Istat, nello scenario mediano la popolazione italiana scenderà dai 58,9 milioni di inizio 2025 a 55 milioni nel 2050. Nello stesso arco di tempo, la quota di persone con almeno 65 anni salirà dal 24,7% al 34,5%, mentre quella fra 15 e 64 anni diminuirà dal 63,4% al 55,3%. Quasi 7 milioni di persone in età lavorativa in meno: un
cambiamento che mette sotto pressione un sistema a ripartizione, nel quale i contributi degli occupati finanziano le pensioni correnti. Il calo della popolazione in età attiva non si traduce automaticamente in una diminuzione
equivalente degli occupati: contano la partecipazione al lavoro, soprattutto femminile, l’immigrazione, la produttività e i salari. Per il singolo lavoratore, alla sostenibilità dei conti pubblici si affianca il problema dell’adeguatezza dell’assegno. Nel sistema contributivo pesano i versamenti effettuati lungo tutta la carriera e l’età alla quale si lascia il lavoro. Ingressi tardivi, retribuzioni basse e periodi senza contributi possono ampliare la distanza fra l’ultimo reddito e la pensione, rendendo più difficile mantenere il tenore di vita.
La sostenibilità e adeguatezza delle pensioni non coincidono: l’equilibrio dei conti non assicura assegni sufficienti. Il contributivo trasferisce nella pensione le disuguaglianze della vita lavorativa. Per chi alterna occupazione e inattività, il rischio è doppio: una pensione pubblica modesta e poche risorse per integrarla. La maggiore longevità allunga inoltre il periodo da finanziare e può accrescere le spese per l’assistenza. Rafforzare il secondo pilastro richiede quindi di affrontare anche il problema di chi non riesce a risparmiare, altrimenti le distanze rischiano di aumentare. Nuclei familiari più piccoli riducono anche le possibilità di condividere i costi della vecchiaia e affrontare bisogni imprevisti. La questione previdenziale si intreccia così con quella dell’autonomia personale e della capacità di affrontare bisogni
imprevisti.
È questo divario che la previdenza complementare cerca di ridurre, attraverso un capitale personale alimentato dai contributi e investito sui mercati. La diffusione cresce: secondo l’aggiornamento Covip relativo a giugno 2026, gli iscritti sfiorano gli 11 milioni, mentre le posizioni aperte sono 12,2 milioni, perché una stessa persona può aderire a più strumenti. Nei primi sei mesi dell’anno fondi negoziali, fondi aperti e Pip hanno raccolto contributi per 8,9 miliardi di euro, il 13,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
La crescita non cancella, però, le differenze. Alla fine dello scorso anno, secondo la relazione annuale Covip, le donne rappresentavano il 38,8% degli aderenti e gli under 35 il 20,8%. Il problema resta raggiungere chi dispone di minori risorse, ha un impiego discontinuo o lavora in realtà dove l’informazione previdenziale circola meno. L’adesione deve fare i conti con esigenze immediate, dall’affitto alle spese familiari.
La legge di Bilancio 2026 interviene anche sull’ingresso nel sistema, con il nuovo meccanismo di adesione automatica per i dipendenti del settore privato alla prima assunzione, salvo rinuncia o diversa scelta entro 60 giorni. In assenza di una decisione esplicita, il trattamento di fine rapporto (Tfr) e la contribuzione prevista confluiscono nella forma collettiva individuata dagli accordi applicabili. Il silenzio-assenso può superare l’inerzia, ma l’efficacia dipende dalle informazioni ricevute: il lavoratore deve comprendere quanto versa, dove vengono investiti i soldi e quali possibilità conserva nel tempo. Il sostegno fiscale passa invece dall’aumento del limite annuo di deducibilità, da 5.164,57 a 5.300 euro. Nel tetto rientrano i contributi personali e quelli del datore di lavoro, mentre il Tfr resta escluso. Dedurre significa
sottrarre i versamenti dal reddito imponibile: il risparmio effettivo dipende quindi dall’aliquota applicata e dalla situazione fiscale individuale. È un incentivo utile, ma meno efficace per chi ha redditi molto bassi o non paga Irpef.

