19.10.2026

Cloud e cybersicurezza, rincorsa delle imprese Domani via al voucher

  • Il Sole 24 Ore

Al via il contributo per imprese e lavoratori autonomi che intendono investire in servizi di cloud computing e cybersecurity. Da domani sarà infatti possibile precompilare le domande per il nuovo voucher destinato all’innovazione tecnologica delle aziende. Il contributo a fondo perduto coprirà il 50% delle spese ammissibili – tra cui l’acquisto di firewall, sistemi di protezione e monitoraggio delle reti, infrastrutture e servizi cloud, software gestionali e strumenti per l’organizzazione delle attività aziendali – fino a un massimo di 20mila euro per beneficiario. Per la misura sono stati stanziati complessivamente 150 milioni di euro, finanziati attraverso il Fondo sviluppo e coesione 2014-2020. Di questi, circa 71 milioni riservati agli investimenti realizzati in otto Regioni del Mezzogiorno.

Il voucher arriva dopo cinque anni di incentivi pubblici destinati all’innovazione del sistema produttivo – non solo ai software in senso stretto – dai crediti d’imposta Transizione 4.0 alla misura Transizione 5.0, che ha affiancato all’innovazione tecnologica gli obiettivi di efficienza energetica del piano REPowerEu. A questi si aggiungono poi la Nuova Sabatini per i beni strumentali, i voucher per consulenza in innovazione, i bandi regionali e i programmi cofinanziati dai fondi strutturali europei per l’acquisto di tecnologie, software e servizi digitali. Misure differenti per mole di risorse e beneficiari, ma accomunate dallo stesso obiettivo. L’impatto sull’innovazione e la capacità produttiva delle imprese resta però ancora da misurare.

La primissima valutazione del piano Transizione 4.0, pubblicata a maggio 2026 mostra che – tra il 2020 e il 2023 – le imprese hanno maturato circa 35 miliardi di euro di crediti d’imposta, di cui 27 miliardi riconducibili agli investimenti in beni strumentali materiali tecnologicamente avanzati. Le piccole e medie imprese, comprese le micro, hanno assorbito complessivamente oltre il 60% dei crediti. Ogni euro di credito d’imposta avrebbe attivato dunque tra 1,5 e 2 euro di investimenti materiali complessivi, con effetti sul tasso di investimento positivi per tutte le classi dimensionali. Sono però le microimprese a goderne maggiormente, con un incremento stimato tra 3,5 e 4 punti percentuali (rispetto a circa 1,5 per le piccole imprese e 0,7 per le medie). Tuttavia, nella valutazione fatta da Banca d’Italia e Mef, in collaborazione con il Mimit, lo stimolo agli investimenti e la crescita del capitale «non hanno determinato miglioramenti diffusi della produttività a livello di impresa nel periodo di osservazione».

Alla Transizione 4.0 ha fatto seguito nel 2024 il Piano Transizione 5.0. Poi il quadro delle agevolazioni è stato nuovamente modificato e dal giugno 2026 è diventata operativa la piattaforma per il nuovo sistema di sostegno agli investimenti tecnologicamente avanzati attraverso l’iperammortamento, che però non agevola al momento i software in modalità cloud. Una carenza, quest’ultima, più volte lamentata dalle imprese e alla quale potrebbe porre rimedio la manovra per il 2027, prevedendo però un incentivo separato dall’iperammortamento, sotto forma di credito d’imposta (si veda Il Sole 24 Ore del 17 ottobre). La stessa legge di Bilancio potrebbe anche rilanciare lo strumento del voucher riservato alle piccole e micro-imprese.

In generale, comunque, non è detto che gli incentivi si traducano in capacità di sviluppo. Gli ultimi dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano fotografano un’innovazione a due velocità: per quanto riguarda il cloud, la quasi totalità delle Pmi prevede di investirci (91%) o l’ha già fatto (56%). Diverso però il caso delle tecnologie più avanzate: il 76% non investe nell’intelligenza artificiale, mentre il 91% non ha sostenuto spese – né le programma – in blockchain, realtà aumentata, realtà virtuale e quantum computing.

«Oggi circa un terzo delle piccole imprese utilizza gli incentivi per la digitalizzazione», spiega Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio. «Ma l’accesso non è sempre facile – aggiunge – a causa della complessità delle procedure, tempi di erogazione non consoni alle necessità delle aziende, difficoltà a individuare gli interlocutori giusti».

C’è poi il tema delle competenze: soltanto il 7% delle Pmi ha avviato percorsi strutturati di formazione sull’Ai e appena il 40% redige periodicamente piani formativi per il personale, escludendo la formazione obbligatoria. Le difficoltà risultano ancora più evidenti nelle imprese di dimensioni minori: « Il 71% delle microimprese – continua Rorato – finanzia la formazione esclusivamente con risorse proprie e appena il 12% utilizza i fondi interprofessionali».