È un triplo nodo quello che le imprese italiane sono chiamate oggi a sciogliere. Devono affrontare l’inverno demografico che il Paese sta vivendo e che prefigura uno scenario in cui sarà sempre meno la forza lavoro disponibile. Continuano ad avere difficoltà nel reperire le competenze a loro necessarie. Devono far fronte all’accelerata dell’intelligenza artificiale che sta trasformando il lavoro e i cui effetti non sono ancora del tutto prevedibili ma i cui rischi sono sotto gli occhi di tutti. Tre criticità in cima alle agende di ceo, manager e imprenditori. Tre priorità che oggi a Milano guideranno la riflessione dell’XIesimo Business & SDGs High-Level Meeting organizzato dalla rete italiana dello Un Global Compact Network. Un summit a porte chiuse che riunisce i ceo delle principali aziende del Paese e alcune autorevoli voci per confrontarsi su come trasformare questa convergenza di pressioni economiche, sociali e tecnologiche in un reale salto di produttività per il presente e il futuro. La discussione prenderà il via dalla presentazione di uno studio inedito realizzato per Global Compact da The European House – Ambrosetti dal titolo «Match point. Colmare il divario tra competenze, demografia ed Ai. Quali priorità per i ceo italiani».Un’agenda di azioni
«La competitività delle imprese si giocherà sempre più sulla capacità di trovare, sviluppare e valorizzare le persone e le competenze di cui hanno bisogno — dice Filippo Bettini, presidente di Un Global Compact Network Italia —. Il calo demografico restringe la forza lavoro disponibile, il divario di competenze frena la crescita e l’intelligenza artificiale ridisegna il lavoro a una velocità senza precedenti. Affrontare queste sfide separatamente non basta: occorre un approccio olistico, per portarle al centro delle strategie aziendali e delle decisioni dei ceo». Al tavolo di lavoro interverranno di Luigi Zingales, professore di Entrepreneurship and Finance alla University of Chicago Booth School of Business, Nicola Monti, ceo di Edison, Cristina Scocchia, ceo di illycaffè, Anna Gionfriddo, ceo di Manpower Italia, e Alessandro Zollo ceo di Great Place to Work, insieme a Francesco Billari, rettore dell’Università Bocconi di Milano, e a Walter Rizzetto, presidente della Commissione Lavoro pubblico e privato alla Camera. «Con lo studio, vorremmo contribuire a trasformare queste sfide in un’agenda concreta di azione, in cui investimenti nelle persone, formazione continua e innovazione tecnologica diventino leve complementari di produttività e crescita sostenibile. Perché il capitale umano non è una variabile da gestire, ma una condizione essenziale per competere».
Parlare di competitività e capitale umano non è mai stato così urgente in Italia: nel nostro Paese i salari reali sono fermi da trent’anni e la produttività è cresciuta meno che in qualsiasi altra grande economia avanzata. Le cause più citate, dalla bassa intensità di innovazione, agli investimenti insufficienti, fino ai lacciuoli della burocrazia, raccontano però solo una parte della storia: i fattori sociali come il benessere organizzativo, il divario di genere e le disuguaglianze territoriali incidono direttamente sulla capacità delle imprese di generare valore ed essere competitive. A questa stagnazione si sommano le due forze che citavamo all’inizio: il calo demografico che sottrae 300 mila persone in età lavorativa ogni anno e un’intelligenza artificiale che ridisegna ruoli e modelli organizzativi più velocemente di quanto le imprese riescano ad adattarsi. Secondo la ricerca, però, questi temi non sono ancora pienamente integrati nella governance aziendale: solo il 23% delle imprese dispone di un coordinamento strutturato tra le agende di demografia, competenze e Ai. I dati, invece, parlano chiaro: il 44% delle imprese si trova a fronteggiare un doppio declino — demografico e delle competenze — senza aver ancora investito in misura adeguata per rispondere a entrambe le criticità. E quest’anno il 44,8% delle assunzioni programmate è già di difficile reperimento, con tempi di attesa che arrivano a 4,7 mesi. La sfida riguarda soprattutto i profili tecnici e operativi: la difficoltà a trovare operai specializzati raggiunge il 61,8%.
«Per le aziende, governare queste trasformazioni demografiche e tecnologiche non è più un’opzione: è una condizione per restare competitive — spiega Daniela Bernacchi, Executive Director di UN Global Compact Network Italia —. L’intelligenza artificiale può accelerare produttività e innovazione, ma genera valore solo se accompagnata da competenze e regole chiare, che valorizzino il capitale umano. Serve agire ora: anticipare i nuovi fabbisogni professionali, investire con continuità nelle persone e ripensare processi, welfare e organizzazione del lavoro». La chiave è (anche) avere una visione di futuro. «Le aziende capaci di superare la logica del breve termine e costruire alleanze con filiere, istituzioni, scuole, università e territori saranno quelle che guideranno il cambiamento, trasformandolo in crescita sostenibile e valore duraturo», conclude Bernacchi.