Lo studio pubblicato il 5 giugno 2026 da Banca d’Italia, in collaborazione con Fondazione CIMA, offre una lettura particolarmente utile anche per il settore assicurativo: l’esposizione delle imprese italiane agli incendi boschivi è ancora contenuta in termini numerici, ma risulta fortemente concentrata per territorio, comparto produttivo e valore degli asset.
La principale indicazione che emerge è chiara: il problema non può più essere valutato solo su base comunale o regionale, ma richiede dati geolocalizzati, analisi multi-rischio e modelli capaci di cogliere l’effettiva vulnerabilità delle singole unità operative.
Un rischio limitato, ma molto concentrato
L’analisi considera circa 2,37 milioni di imprese attive alla fine del 2023 e oltre 3,45 milioni di sedi e unità locali, incrociandole con mappe di pericolosità elaborate su celle di 500 metri per 500. Si tratta di una risoluzione che consente di distinguere l’esposizione delle diverse strutture appartenenti alla stessa impresa e di superare le approssimazioni legate alla sola sede legale.
Nel complesso, circa 64.800 siti produttivi, pari all’1,9% del totale, risultano collocati in aree esposte agli incendi, mentre soltanto lo 0,1% ricade nelle classi di pericolosità più elevate. Misurata in base agli addetti, l’esposizione interessa l’1,4% dei lavoratori.
Il dato nazionale, tuttavia, nasconde forti differenze. Calabria, Basilicata e Molise presentano le quote più elevate di unità a rischio; la provincia di Enna raggiunge il 20% degli occupati esposti. Anche la Valle d’Aosta mostra una vulnerabilità significativa, legata alla presenza di foreste di conifere e alla possibilità di incendi ad alta intensità.
Per le compagnie, ciò conferma l’importanza di una tariffazione e di un’assunzione del rischio fondate sulla posizione effettiva dei beni assicurati. Due imprese dello stesso settore e della stessa provincia possono infatti avere profili molto diversi in base alla collocazione degli stabilimenti, alla vegetazione circostante, alla morfologia del terreno e alla capacità locale di prevenzione e intervento.
Asset materiali e cumuli assicurativi
L’agricoltura è il comparto più esposto, con il 5,4% delle unità produttive interessate, seguita da industria ed energia e dalle costruzioni, entrambe intorno al 2,2%. Sono settori nei quali fabbricati, impianti, macchinari, scorte e terreni rappresentano una componente essenziale del valore aziendale e possono subire non solo danni diretti, ma anche interruzioni dell’attività e ripercussioni sulle filiere.
Nel campione Cerved, le imprese esposte costituiscono appena il 2,7% del totale, ma rappresentano il 17,8% degli attivi e il 22,7% delle immobilizzazioni materiali. Per il mercato assicurativo, questo scarto tra numero delle imprese e valore economico concentrato è uno degli elementi più rilevanti: una quota ridotta di assicurati può incorporare esposizioni patrimoniali elevate e generare significativi rischi di cumulo.
La lettura deve inoltre essere integrata con altri pericoli naturali. Più del 30% dei siti esposti agli incendi risulta interessato anche dal rischio di frana. La sovrapposizione con le alluvioni è meno frequente, ma il dato conferma l’utilità di modelli multi-hazard, soprattutto nella valutazione degli immobili produttivi, delle coperture property e business interruption e dei portafogli concentrati in specifiche aree.
La tenuta delle imprese non esclude il danno
Tra il 2021 e il 2023 gli incendi hanno interessato direttamente 1.777 unità produttive. Lo studio non rileva, a un anno dall’evento, una minore probabilità di sopravvivenza rispetto a imprese comparabili: il tasso delle unità colpite è pari al 94,5%.
La conclusione non deve però essere letta come prova di un impatto economico trascurabile. La permanenza nel registro delle imprese non consente di misurare i danni materiali, la perdita di fatturato, i periodi di inattività o l’eventuale trasferimento dell’attività. Gli stessi autori osservano che le conseguenze potrebbero essere state limitate oppure mitigate da interventi assicurativi, ma l’assenza di dati sulle polizze non permette di verificare questa seconda ipotesi.
Proprio qui emerge un possibile campo di approfondimento per il settore: integrare i dati sui sinistri, sulle somme assicurate, sulle franchigie e sui tempi di liquidazione consentirebbe di comprendere meglio il ruolo delle coperture nel sostenere la continuità aziendale e di affinare i modelli di vulnerabilità.
Più dati per prevenzione e underwriting
Le proiezioni indicano che il numero dei siti esposti potrebbe aumentare di circa il 3% in uno scenario di riscaldamento di 1,5 gradi e dell’11% con un incremento di 3 gradi, con gli aumenti più rilevanti in Puglia, Campania e Lazio. Le stime poggiano ancora su alcune assunzioni e dovranno essere consolidate con mappe climatiche specificamente riferite alle imprese, ma mostrano una tendenza non lineare.
Per le assicurazioni, il tema non riguarda soltanto l’adeguamento dei premi. Riguarda la qualità dei dati utilizzati nell’underwriting, la gestione dei cumuli, la prevenzione, l’aggiornamento dei massimali e la definizione di condizioni contrattuali coerenti con la reale esposizione. Mappe granulari e informazioni sugli asset possono inoltre favorire coperture più selettive e incentivare interventi di mitigazione, come fasce tagliafuoco, sistemi di allerta, piani di emergenza e misure di continuità operativa.
Lo studio di Banca d’Italia mostra quindi che il rischio incendi è oggi circoscritto, ma economicamente rilevante e destinato a crescere. Per il mercato assicurativo, la sfida è trasformare la maggiore conoscenza del territorio in prevenzione, capacità assuntiva e protezione effettiva delle imprese.
05.10.2026