15.06.2026

GenAI e sicurezza a due velocità

  • Italia Oggi

La maturità della sicurezza informatica non tiene il passo con i ritmi di adozione della cosiddetta GenAI, ossia i sistemi di intelligenza artificiale generativa, in grado cioè di generare nuovi contenuti (da testi, a immagini), sfruttando algoritmi di apprendimento e sulla base di modelli appresi da grandi insiemi di dati.

La GenAI sta evolvendo a un ritmo più rapido rispetto alle reali capacità di valutarne e assicurarne la sicurezza. Gli attacchi informatici potenziati dall’Intelligenza artificiale, infatti, sono cresciuti del 90% rispetto allo scorso anno, ma le imprese italiane risultano ancora impreparate. Quasi nove su dieci (86%) non hanno ancora destinato risorse per la sicurezza dei sistemi di intelligenza artificiale generativa. Non va meglio dal punto di vista della consapevolezza dei vertici di quanto avviene nella propria azienda: solo il 9% dei Chief information security officer (Ciso) dispone di piena visibilità sulle iniziative GenAI in corso. Non solo. La piena integrazione dei rischi della GenAI negli schemi di risk management è stata eseguita soltanto dal 12% delle imprese. E procede a rilento anche la formazione: il 63% delle organizzazioni non ha ancora avviato programmi strutturati di formazione sulla sicurezza GenAI.

Questo è lo scenario contenuto nel report “Lo stato della GenAI Security in Italia”, la prima indagine congiunta condotta da Deloitte e Cloud security alliance (Csa) su un campione di oltre 100 organizzazioni, Chief information security officer e responsabili della funzione security, nel 2025.

Lo stato attuale. Le società italiane sono in una fase di passaggio tra sperimentazione e diffusione strutturata. Oltre l’80% utilizza già la GenAI o comunque prevede di adottare nel breve periodo qualche sistema, mentre la quota restante ne sta valutando l’introduzione. La metà delle aziende sta vivendo una fase iniziale di adozione, il 32% è in fase pilota, il 3% ha raggiunto una adozione in larga scala e il restante 15% è ancora in fase valutativa. I casi d’uso prevalenti, quali l’analisi automatizzata di documenti, il supporto ai clienti e la business intelligence, restano a bassa complessità e a rischio contenuto, ma il progressivo avanzamento verso applicazioni business-critical amplierà significativamente la superficie di esposizione, con dati più sensibili e maggiore autonomia decisionale.

La percezione dei rischi. I rischi della GenAI sono nel radar, ma l’attenzione dei Chief information security officer resta sui domini cyber tradizionali. Infatti, i pericoli associati ai sistemi di IA generativa iniziano a essere percepiti come rilevanti, con una severità media pari a 3,6 su 5, ma solo il 9% dei Ciso ha consapevolezza delle iniziative GenAI avviate. La maggior parte continua a concentrare l’attenzione sulle minacce cyber tradizionali, mantenendo la sicurezza dell’AI in una posizione secondaria rispetto ai domini di sicurezza più consolidati. In definitiva, la percezione del rischio non riflette ancora la reale esposizione delle organizzazioni.

Le preoccupazioni più diffuse riguardano la fuga di dati (data leakage) o una condivisione eccessiva dei dati (oversharing) e rischi per la privacy, seguiti da un uso non autorizzato dei sistemi (shadow AI interna) da parte dei dipendenti.

I rischi legati all’IA come la compromissione dei modelli, la perdita di controllo sui sistemi agentici, i fenomeni di allucinazione e i bias algoritmici (cioè tutte le distorsioni nei risultati) sono invece percepiti come meno urgenti.

Nella gerarchia delle priorità, la AI Security occupa stabilmente le posizioni più basse, superata dalla sicurezza delle applicazioni (Application security) dei dati (Data Security), dei dispositivi come come laptop, smartphone, tablet e server (Endpoint Security), e ancora, la sicurezza del cloud, la sicurezza di rete e della gestione di identità e accessi (Identity access management, Iam).

Le strategie di difesa. I Chief information security officer italiani riconoscono i rischi della GenAI, ma la maggior parte non dispone ancora di una strategia di sicurezza matura: solo poco più di un terzo è passato dalla consapevolezza ai fatti, ossia a una strategia strutturata. Di conseguenza c’è un andamento a due velocità: l’adozione dell’IA, da un lato, e quella di definizione e applicazione delle contromisure di protezione, dall’altro.

L’86% delle imprese non ha ancora destinato un budget alla GenAI Security, e anche quando ci sono investimenti, restano marginali (il 2-3% della spesa in cybersicurezza), a indicare un sottofinanziamento strutturale della sicurezza dell’AI e a testimonianza della reale proporzione tra le varie priorità di sicurezza nonché di business. Basti pensare che solo il 9% delle organizzazioni ha definito e attuato una strategia formale di AI Security, il 33% è ancora in fase di elaborazione e l’11% dichiara esplicitamente che il tema non è ancora prioritario. Le barriere sono prevalentemente umane e organizzative: limitata comprensione tecnica dei rischi IA-specifici (68%), carenza di risorse dedicate (59%), vincoli di budget (45%) e assenza di strumenti specializzati (42%).