Le ombre proiettate dalle tensioni geopolitiche e dalla volatilità dei mercati energetici non fanno dormire sonni tranquilli, ma almeno fino a questo momento il sistema italiano del credito ha mostrato grande resilienza e gode di uno stato di salute tale da non far temere rischi sistemici. È la sensazione che si ricava dalla lettura dell’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria redatto dalla Banca d’Italia, che si focalizza sia sulla congiuntura, sia sulle sfide strutturali che riguardano il settore. Gli istituti di credito hanno saputo capitalizzare il periodo di tassi d’interesse elevati, trasformando i margini operativi in una corazza contro l’instabilità esterna.
La redditività ha raggiunto livelli che non si osservavano da tempo, permettendo alle banche di accantonare riserve e, al contempo, di premiare gli azionisti con politiche di dividendi particolarmente generose. Nonostante questo scenario indubbiamente positivo, l’istituto di Via Nazionale invita alla massima prudenza. Le tensioni in Medio Oriente e le persistenti difficoltà nelle catene di approvvigionamento internazionali continuano a esercitare una pressione inflazionistica che, sebbene sotto controllo rispetto alla ripresa post-pandemica, impedisce un allentamento monetario rapido da parte della Bce. Anzi, a giudicare dalle stime di mercato entro la fine dell’anno l’istituto di Francoforte dovrebbe rialzare un paio di volte i tassi proprio per evitare un eccessivo surriscaldamento dei prezzi. Con inevitabili ricadute sulla crescita economica, già di per sé asfittica nel primo scorcio di 2026.
La gestione del rischio di credito è al centro dell’analisi. Se da un lato le sofferenze nette sono ai minimi storici, all’1,3% di tutti i prestiti concessi, dall’altro si nota un lieve deterioramento nella capacità di rimborso delle piccole e medie imprese attive nei settori più energivori, a causa dell’impennata dei prezzi delle materie prime. Lo scenario di base della Banca d’Italia stima per l’anno in corso livelli ancora contenuti nella formazione di nuovi crediti deteriorati, con un leggero incremento atteso nel 2027. «Qualora gli effetti del conflitto sull’offerta di materie prime fossero più marcati e duraturi, l’aumento sarebbe più pronunciato», avvertono gli autori dello studio. Che poi rassicurano: «Le interconnessioni tra il settore bancario e gli altri intermediari finanziari, che possono amplificare gli impatti negativi nei periodi di forte tensione sui mercati, sono complessivamente limitate».
La solidità patrimoniale degli istituti è comunque fuori discussione. Il Cet1 ratio medio del sistema, ovvero il principale indicatore di patrimonializzazione di una banca, si attesta ben oltre il 15%, un valore che garantisce un margine di sicurezza ampio rispetto ai requisiti minimi regolamentari. Anche se, in uno scenario di policrisi come quello degli ultimi anni, non è il caso di sedersi sugli allori. Di fatti, i rischi legati alla valutazione degli attivi in portafoglio potrebbero riemergere qualora lo scenario macroeconomico subisse uno shock improvviso dovuto a fattori esogeni.
Sul fronte del credito, le rilevazioni dell’Abi confermano il quadro positivo.
A marzo, l’ammontare dei prestiti a imprese e famiglie è cresciuto del 2,4% su base annua, in accelerazione rispetto al +2,2% registrato a febbraio, proseguendo il percorso di crescita iniziato a marzo 2025. Per le famiglie si è trattato del quindicesimo mese consecutivo di incremento, mentre per le imprese il trend positivo è arrivato a nove mesi. La rilevazione relativa a marzo non risente delle tensioni conseguenti alla nuova guerra in Iran. Nel terzo mese dell’anno il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese è sceso al 3,26%, che si confronta con 3,33% del mese precedente e – soprattutto – con il 5,45% di dicembre 2023). Mentre il tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni è sceso al 3,36% (3,44% di febbraio 2026 e 4,42% di dicembre 2023).
Un altro tema centrale per il settore riguarda la trasformazione digitale e la sostenibilità dei costi. Negli ultimi anni le banche italiane hanno accelerato la chiusura degli sportelli fisici, puntando con decisione sull’online banking e sulla consulenza da remoto. Questa scelta ha permesso di portare il rapporto tra costi e ricavi a livelli elevati rispetto alle medie storiche, ma ha anche sollevato qualche critica tra gli analisti per l’importanza dei presidi fisici sia a livello sociale, sia per la capacità di gestire eventuali crisi di fiducia da parte dei risparmiatori e delle imprese.
La Banca d’Italia evidenzia come la liquidità di sistema resti abbondante, grazie anche alle strategie di raccolta diversificate messe in atto dai gruppi maggiori. Tuttavia, la competizione per il risparmio degli italiani si è fatta più accesa, con i titoli di Stato che offrono rendimenti competitivi e costringono le banche ad aumentare la remunerazione dei depositi, comprimendo potenzialmente il margine di interesse. In questo contesto, la capacità di generare ricavi da commissioni, legate soprattutto al risparmio gestito e alle polizze assicurative, risulterà fondamentale. Al contempo, aggiunge Via Nazionale, è fondamentale mantenere alta l’attenzione verso i rischi cyber, considerato anche che in un contesto di incertezza e tensioni geopolitiche persistenti, l’utilizzo delle nuove tecnologie amplifica l’esposizione ai rischi operativi e cibernetici.