Poco mossa, quasi ferma. La spesa reale del Pnrr continua ad attendere quell’impennata che, pur essendo stata annunciata più volte, ancora non si è realizzata. Anche nei mesi successivi all’ultima relazione del governo, in cui si provavano a offrire i numeri di gare e aggiudicazioni che presupponevano un decollo a stretto giro, in pratica non è successo nulla. Almeno stando alle rilevazioni ufficiali del ministero dell’Economia.
Lo ha scoperto l’Ufficio parlamentare di bilancio consultando nei giorni scorsi la piattaforma ReGis, il cervellone telematico che monitora l’andamento del Pnrr. Al 2 ottobre, ha spiegato l’Autorità dei conti nell’audizione sul Piano strutturale di bilancio, i pagamenti erano arrivati a 53,5 miliardi, cioè 1,3 miliardi in più di quelli registrati a fine luglio. Ma l’Upb fa un passo in più e confronta le uscite effettive con gli ambiziosi programmi di quest’anno. Qui l’affanno si fa ancora più evidente: per tenere il passo del cronoprogramma 2024 l’Italia dovrebbe spendere 43,96 miliardi, ma finora, quando il 75% del cammino è stato percorso, le uscite si fermano a 8,93 miliardi, il 20,3% del budget. Risultato: mentre se ne va il quarto dei sei anni del Pnrr, la spesa arranca intorno al 27,5% del totale delle risorse del Piano (194,4 miliardi) ed è trainata per il 62% dal Superbonus (13,9 miliardi) e dagli altri crediti d’imposta automatici (13,4 miliardi). Un filone, quest’ultimo, arricchito con la rimodulazione che ha spinto su Transizione 5.0, anch’essa però impegnata in un decollo molto più lento delle attese. Gli investimenti pubblici, intanto, restano ancora una minoranza.
Come sempre, è possibile che una quota di questo ritardo si spieghi con le difficoltà, ancora presenti come sottolineato dallo stesso Upb, incontrate dalla piattaforma ReGis di evidenziare in tempo più o meno reale l’avanzamento del Pnrr. Ma la distanza tra numeri reali e programmi resta enorme e solleva una doppia incognita. La prima è legata alle capacità del Pnrr di alimentare una crescita che rimane essenziale anche per i saldi di finanza pubblica ma sta vivendo una fase di deciso rallentamento. Lo testimoniano le revisioni dell’Istat che, dopo aver ridotto da +0,9% a +0,7% la variazione del Pil del 2023, hanno tagliato da +0,6% a +0,4% anche quella acquisita nei primi sei mesi dell’anno, rendendo «più lontano» l’obiettivo ufficiale del +1% come rimarcato anche da Banca d’Italia.
È verosimile che in questo andamento sincopato pesino anche le performance non soddisfacenti del Pnrr, che potrebbe però aiutare nel prossimo futuro; a patto però di riuscire davvero a cambiare passo.
Qui interviene il secondo interrogativo, contabile. I prestiti di Next Generation Eu incidono sul deficit, quindi una gobba di spesa nel 2025 spingerebbe al rialzo l’indebitamento netto togliendo spazi ad altre uscite. Lo ha spiegato a più riprese anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, lanciando in Consiglio dei ministri ripetuti inviti ad accelerare sulla spesa che però, dati alla mano, sembrano essere stati vani.
Eppure quei fondi sarebbero preziosi per spingere su interventi considerati cruciali per lo sviluppo. La transizione verde (Missione 2), che domina nei dibattiti pubblici sulle prospettive dell’economia e della vita quotidiana degli europei, sonnecchia tristemente a fondo classifica con un tasso di realizzazione della spesa annuale al 10,6% (1,04 miliardi su 9,81 programmati). Poco meglio fanno Inclusione e coesione (Missione 5), al 14,1%, e digitalizzazione e Pa (Missione 1), al 14,8 per cento. La Salute (Missione 6) non va oltre un 22,3 per cento. Il dato più brillante, o meglio meno opaco, è appannaggio di Istruzione e ricerca (Missione 4), che con il 35,5% di spesa effettiva supera di poco il 33,6% totalizzato invece dalle Infrastrutture (Missione 3). È in questi numeri lo snodo più delicato del passaggio di consegne che l’attuale ministro per il Pnrr, Raffaele Fitto, atteso i primi di novembre alla decisiva audizione all’Europarlamento per il suo nuovo incarico di Commissario alla Coesione e alle Riforme, dovrà lasciare a un successore per ora non individuato. Il tempo, però, stringe: sul piano politico e, soprattutto, su quello pratico.