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Roma alla Ue: sul debito fattori rilevanti

La riduzione del rapporto debito/Pil resta uno degli obiettivi chiave della politica di bilancio del Governo, insieme con quello di una progressiva riduzione del disavanzo. Lo scrive il ministro Pier Carlo Padoan nella missiva inviata il 9 maggio (e pubblicata ieri sul sito de Mef) al vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, e al commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici in risposta alla richiesta europea giunta il 2 maggio in cui si chiedeva all’Italia un’illustrazione di dettaglio sulla traiettoria del debito. Una lettera che è stata letta anche nella riunione di collegio della Commissione di martedì in cui, in vista del giudizio del 18 maggio, s’è dato un sostanziale via libera alla flessibilità sottolineando però la critica posizione italiana sul fronte del debito. La lettera di Padoan accompagna il documento di 80 pagine del Mef in cui si mettono in fila tutti i «fattori rilevanti» che hanno influenzato la recente dinamica del debito, a partire dalla deflazione e la debole crescita, e che dovrebbero essere presi in considerazione nelle valutazioni complessive sul rispetto o meno delle regole del Patto di stabilità e crescita per un Paese, come l’Italia, che non si trova in procedura per deficit eccessivo.
Nella lettera il ministro ribadisce che il programma di stabilità inviato a Bruxelles in aprile rispetta in pieno i parametri del «braccio preventivo» per il 2016. Mentre sul 2017 conferma che le clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento dell’Iva per il momento restano e che potranno essere cancellate solo con una nuova legge. Si conferma poi che la cancellazione delle clausole, che avverrà con la prossima legge di bilancio, sarà coerente con una riduzione del deficit/Pil. E si ricorda, infine, come l’Italia vanti uno dei migliori indicatori di sostenibilità di lungo periodo del debito grazie alle riforme già varate che riguardano la spesa per la previdenza. Nella missiva di Padoan non manca, poi, un riferimento agli impegni straordinari sostenuti nel 2015 e che verranno replicati quest’anno per il soccorso e l’accoglienza dei migranti (0,2% di Pil); una voce di spesa pure al vaglio delle richieste di flessibilità sull’anno in corso.
Nel documento il punto di vista italiano sull’andamento del debito è sintetizzato in dieci punti. Si attacca ricordando che il debito/Pil nel 2015 si è «virtualmente» stabilizzato a quota 132,7% da 132,5% nel 2014. Il governo ritiene che scenderà al 132,4% nel 2016 (ma la Commissione stima che resterà al 132,7%) e più marcatamente nel 2017-2019, raggiungendo il 123,8% nel 2019. Dal 2012, si prosegue, grazie agli avanzi primari (il saldo entrate e uscite al netto della spesa per interessi sul debito) è stato rispettato il parametro del 3% di deficit/Pil sceso dal 3% nel 2014 al 2,6% nel 2015, previsto in calo al 2,3% quest’anno e all’1,8% nel 2017. Una riduzione «accelerata» è quindi indicata nel 2018-2019 (nuovo anno target per il pareggio strutturale).
La regola del debito, che prevede il calo di un ventesimo all’anno della parte eccedente il 60% del Pil, è «largamente soddisfatta nel 2017 sulla base di una visione proiettata al futuro», si conferma nel documento del Mef. Il calo stimato nel 2017-2019 si fonda su crescita nominale del Pil più alta di quanto sia oggi, surplus primari più alti, entrate da privatizzazioni «significative», oneri del debito più bassi (in termini di tassi di interesse), diminuzione dello scarto tra deficit e fabbisogni di finanziamento. Ospite di Bloomberg, a Londra, ieri il ministro ha definito una «storia di successo» la privatizzazione di Poste aggiungendo che si sta guardando alla possibilità «di cedere una quota maggiore e vedendo dove possiamo arrivare». Uno scenario alternativo alla privatizzazione di Ferrovie, per il momento rinviata, e che, insieme ad altre operazioni (Enav e dismissioni immobiliari) dovrebbe garantire il target previsto nel Def.
Nel documento sui «relevant factor» inviato a Bruxelles oltre ai numeri sugli aggregati di bilancio si indicano le condizioni di contesto macroeconomico («le forze deflazionistiche sono più potenti di quanto crede la Commissione») che rendono estremamente impegnativa la riduzione del debito. E si ritorna sulla questione della misurazione dell’output gap (il differenziale tra crescita effettiva e potenziale), concordemente riconosciuta come fallace nell’Ecofin di dieci giorni fa e che verrà sottoposta a riesame. Non si manca poi di ricordare altri elementi di «virtuosità» legati alle gestione del nostro debito, con una presenza di titoli con scadenza pari a superiore ai 10 anni che è arrivata al 20% dello stock nel 2015 (era al 16% nel 2014). Infine un riferimento alle riforme strutturali, che «continuano a velocità piena». I loro effetti sulla crescita sono stimati al 2,2% al 2020, 3,4% entro il 2025. Nel documento si ricorda infine che la flessibilità legata alle riforme nazionali e ai programmi di spesa per investimento (lo 0,75% complessivo richiesto dall’Italia sul 2016) non tiene conto delle riforme degli altri paesi Ue e degli effetti potenzialmente pro-ciclici che queste asimmetrie possono determinare (bassa crescita e deflazione). Un «fattore» in più da considerare nel giudizio ora atteso sul rispetto italiano della regole del debito.

Davide Colombo

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