CoinShares ha ampliato la sua offerta a Piazza Affari con il CoinShares Bitcoin Mining Ucits Etf, denominato in dollari (il che espone i rendimenti alle fluttuazioni della valuta statunitense rispetto all’euro), che reinveste i dividendi e ha un costo annuo dello 0,65%. Il sottostante è costituito da un indice di società che minano la regina delle criptovalute, per cui in sostanza la performance dipende dai costi energetici, dall’efficienza degli impianti, oltre che ovviamente dalla capacità dei singoli operatori di restare competitivi. Resta decisivo anche il prezzo del bitcoin, che incide sui ricavi e sulla redditività delle società.
L’Etf è Ucits, quindi rispetta le normative europee previste per i fondi d’investimento, con requisiti di diversificazione, trasparenza e tutela degli investitori. Questo conferma l’avvicinamento in atto tra la finanza tradizionale e il mondo delle criptovalute. «Storicamente i due settori hanno rimarcato le proprie differenze, ma oggi assistiamo a una forte
convergenza, favorita anche dalle nuove regolamentazioni europee», spiega Matteo Stivanello, responsabile italiano di CoinShares. Il trend coinvolge a maggior ragione i detentori di grandi patrimoni, che hanno solitamente portafogli più articolati e possono dedicare una quota a componenti volatili. Secondo il CoinShares Affluent Investor Crypto
Report, nei mercati con maggiore diffusione circa il 70% degli investitori con almeno 500 mila dollari di patrimonio investibile detiene asset digitali. In Italia la quota di chi possiede questi strumenti è del 58%. La diversificazione figura tra le principali motivazioni per il 35% del campione nazionale, contro il 19% della media europea. È un interesse che passa spesso dalla consulenza: il 40% degli investitori italiani ad alto patrimonio detiene la maggior parte degli
asset digitali attraverso il proprio gestore patrimoniale, rispetto al 27% europeo. Tra chi ancora non investe, l’85% sarebbe disposto a iniziare con il supporto di un professionista. Nel campione internazionale, il 69% valuta di affidarsi a un gestore con competenze specifiche nel settore, mentre l’88% riconosce di non avere conoscenze sufficienti per
investire in piena autonomia.
La distanza tra generazioni resta marcata. In Italia, gli investitori con meno di 45 anni evidenziano un’allocazione media doppia rispetto ai più senior, affiancata da una maggiore propensione al rischio e da una maggiore propensione verso le criptovalute.
A livello di allocazione di portafoglio, Bitcoin rimane il riferimento del settore, scelto da oltre l’80% di chi investe in cripto-asset. Tuttavia, quasi il novanta per cento di chi possiede Bitcoin detiene anche altri asset digitali, dimostrando una maturazione nell’esplorazione di Ethereum, stablecoin e altcoin.
L’instabilità politica e le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti ed Europa vengono viste da molti come un segnale per aumentare l’esposizione agli asset digitali, percepiti come uno strumento di copertura in scenari complessi. Va comunque ricordato che, anche quando gli intervistati indicano le criptovalute come una protezione dall’inflazione o dai rischi macroeconomici, si tratta della loro percezione, dato che l’andamento delle criptovalute in questi anni non
sempre lo ha confermato. Pertanto, per chi si occupa di consulenza la sfida è tradurre l’interesse in scelte coerenti con il patrimonio, gli obiettivi e la capacità di sopportare perdite del singolo investitore.