09.09.2026

Ex Ilva, resta lo Stato “L’acciaieria non chiude “sospesi i licenziamenti

  • La Repubblica

Comunque vada, l’ex Ilva non chiuderà. A Taranto si continuerà a produrre acciaio anche senza altiforni. Pur senza dare certezze sulle risorse, il governo non esclude la partecipazione pubblica nella nuova società. A patto, però, che ci sia un piano industriale solido e concreto. Intanto, le procedure di licenziamento per 2.500 addetti dell’indotto, avviate venerdì scorso da 28 imprese aderenti ad Aigi, vengono sospese in attesa della decisione Corte d’appello di Milano sulla richiesta di sospensiva del decreto di spegnimento dell’area a caldo, che sarà discussa oggi. «Il futuro passa attraverso la decarbonizzazione e lo sviluppo della città», assicura il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, nella “maratona” di incontri a Palazzo Chigi sulla crisi del siderurgico.
Prima gli enti territoriali, con i quali c’è l’impegno a investire risorse per il rilancio del capoluogo jonico. Poi, le imprese, alle quali assicura l’avvio di un tavolo per Taranto. Infine, i sindacati, con i quali la tensione è alle stelle, al punto che la riunione viene interrotta per un’ora. I rappresentanti dei lavoratori chiedono l’impegno diretto dello Stato e lo
stanziamento di risorse per salvaguardare il lavoro e rilanciare la produzione, giudicando evasive le risposte dell’esecutivo. Dopo quattro ore, si opta per l’aggiornamento in un paio di giorni.
A nome del governo, Mantovano spiega che il decreto della Corte d’appello di Milano è un ordine perentorio, che non lascia margini per eventuali interventi né all’azienda né al governo. Un decreto legge per superare il provvedimento dei giudici e impedire lo stop dell’area a caldo sarebbe incostituzionale, avverte il sottosegretario. Se la richiesta di
sospensiva dovesse essere rigettata, si dovrà procedere allo spegnimento degli altiforni entro la fine di ottobre. Pur sottolineando di non voler polemizzare, Mantovano evidenzia che numerosi passaggi, nel provvedimento dei giudici milanesi, suscitano forti perplessità. L’amianto, a suo giudizio, non c’entra nulla con la sospensione dell’area a caldo perché è isolato negli altiforni. Quanto alle polveri sottili, non si capisce l’entità del danno sanitario perché non ci sono misurazioni di riferimento.
In ogni caso, assicura il sottosegretario, il governo si assumerà le proprie responsabilità.
Anche se gli altiforni dovranno essere spenti, ci si muoverà lungo tre direttrici. A cominciare dalla gara per l’individuazione dell’acquirente. Al momento si attende la formalizzazione dell’offerta da parte della cordata italiana, che arriverà in un paio di mesi al massimo. Poi, si procederà a individuare la proposta migliore. L’obiettivo è produrre acciaio green. Quindi, forni elettrici e Dri. «Le risorse ci sono e vogliamo utilizzarle», assicura Mantovano. La seconda
direttrice indicata dal governo riguarda l’individuazione di misure di carattere sociale, anche ad hoc: nessuno, secondo Palazzo Chigi, sarà lasciato indietro e resterà privo di coperture. Infine, un progetto di reindustrializzazione per favorire il reinserimento lavorativo degli eventuali esuberi diretti e dell’indotto.
Il percorso richiederà approfondimenti per i quali saranno convocate altre riunioni. Il quadro sarà più chiaro dopo la decisione della Corte d’appello di Milano sull’istanza di sospensiva. Non c’è rottura, ma i sindacati chiedono impegni concreti e risorse certe. I confederali hanno una linea comune, come peraltro ribadito dai leader di Cgil e Cisl, Maurizio Landini e Daniela Fumarola.