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Crollano gli investimenti esteri, accordi anti crisi con il Fisco

All’Italia serve qualche carta speciale per non rischiare di diventare solo un puntino nella mappa mondiale degli investimenti esteri. Al calo di 6 miliardi di dollari dei flussi in entrata nel 2019 – segnalato nel nuovo rapporto dell’Unctad, l’organismo dell’Onu per il commercio e lo sviluppo – si aggiunge infatti la difficoltà di una competizione globale che si fa più serrata a causa della crisi economica innescata dal coronavirus. Il Programma nazionale di riforma esaminato dal consiglio dei ministri segnala chiaramente l’urgenza: «Il nuovo scenario che si apre post-pandemia richiederà di rafforzare o estendere il supporto agli Investimenti diretti esteri (Ide), che subiranno un calo consistente. Si dovranno adottare misure indirizzate a creare condizioni più attrattive sia per investitori stranieri sia per quelli nazionali».

Dalla seconda metà del 2018 con il governo M5S-Lega il tema era uscito dalle priorità governative, messo in disparte. Fino alla recente “riabilitazione” del Comitato attrazione investimenti esteri (Caie) presieduto dal sottosegretario dello Sviluppo economico Gian Paolo Manzella. Anche dal lavoro del Comitato sono emerse alcune idee che potrebbero concretizzarsi a breve nella forma di Accordi di stabilità di dieci anni tra l’Agenzia delle entrate e gli investitori che arrivano dall’estero e di sgravi fiscali per chi riporta in patria produzioni precedentemente delocalizzate. Materializzatesi inizialmente come emendamenti del Pd al decreto rilancio, per poi essere scavalcate da altre priorità, le proposte potrebbero essere recuperate con la prossima legge di bilancio oppure anticipate nel Dl con il quale grazie a un nuovo extradeficit il governo intende varare, forse ad agosto, nuove misure per la crescita economica.

Si tratta delle prime azioni concrete che il Caie vorrebbe includere in un documento strategico da presentare entro la fine dell’estate. Intanto ogni mese perso ci penalizza. Secondo il rapporto Unctad, tra il 2018 e il 2019, mentre i flussi in ingresso a livello globale sono saliti del 3%, l’Italia è passata dal 15esimo al 16esimo posto nel confronto mondiale, scendendo da 33 a 27 miliardi di dollari (poco meno di 24 miliardi di euro, con un calo del 18%). Sette miliardi di dollari in meno della Francia, con cui invece per dimensioni e alcune analogie del sistema industriale potremmo teoricamente competere. E il sondaggio condotto tra le agenzie di promozione indica proprio l’Italia tra i paesi che temono maggiori contraccolpi nel post Covid-19, con un calo per il 2020 fino al 40%. Insomma, siamo entrati già deboli in un’annata che per la prima volta dal 2005 dovrebbe vedere gli Ide mondiali scendere sotto la soglia di mille miliardi di dollari.

Sono 34 i paesi che dal 2019 hanno varato norme speciali di attrazione, tra incentivi, semplificazioni e liberalizzazioni, e c’è da aspettarsi che l’elenco si allunghi rapidamente. In Italia la discussione in queste settimane verte innanzitutto su un nuovo patto, di dieci anni, da siglare con l’Agenzia delle entrate per garantire alcuni regimi fiscali quali l’aiuto alla crescita economica (Ace), le disposizioni che disciplinano l’ammortamento e la deducibilità delle spese di investimento, il bonus fiscale sulla ricerca o il cosiddetto “patent box” per la detassazione degli investimenti in proprietà intellettuale. In pratica un robusto rafforzamento dell’attuale regime degli interpelli per nuovi investimenti gestito dall’Agenzia delle entrate. Con l’accesso anche a chi riporta in Italia attività produttive. Proprio il «back reshoring», il rientro di chi ha delocalizzato, sta ispirando grandi economie mondiali, Stati Uniti e Giappone in testa, nelle strategie di riposizionamento post pandemia.

Nel Programma nazionale di riforma, il ministero dell’Economia fa riferimento proprio a un contesto mondiale in cui si accorceranno le catene globali del valore, si livelleranno storici differenziali di costo e le economie avanzate si affretteranno a rimpatriare produzioni essenziali per l’autonomia nazionale. Concetti che potrebbero tramutarsi in consistenti benefici fiscali come le riduzioni a valere su Ires, Irpef e Irap proposte dal Pd o in sgravi sul costo del lavoro e in una sorta di superammortamento sugli investimenti rientrati come ipotizzato sia dal ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli sia nel piano suggerito alla presidenza del consiglio dagli esperti coordinati dal consulente Vittorio Colao.

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