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Anche la Bce chiede spazio Competenze ancora in bilico

Il ruolo delle clearing houses (CHs), le casse di compensazione e garanzia centralizzate (CCPs)per gli strumenti derivati standardizzati e OTC, è esploso dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008. I regolatori e i supervisori hanno imposto l’uso più esteso possibile delle clearing houses perché questi soggetti annullano, o riducono enormemente, il rischio di credito e di default della controparte di un contratto derivato, soprattutto se privata. Nel 2009 le CCPs liquidavano il 40% dei derivati sui tassi d’interesse e nel 2017 questa quota era salita all’83 per cento. Proprio perché le clearing houses sono diventate uno snodo così importante per il buon funzionamento dei mercati finanziari, e il loro volume di business è lievitato enormemente concentrato in pochi soggetti,la Bce vorrebbe accertarsi che loro stesse non provochino un rischio sistemico, se colpite da crisi di liquidità o per fattori scatenanti come una cattiva gestione del risk management, del meccanismo del versamento dei margini o buffer inadeguati.
La Banca centrale europea agisce già come supervisore sui sistemi di pagamento, che sono transfrontalieri: gettare un occhio anche sulle CCPs, per valutarne solidità e stabilità, non farebbe altro che estendere questa funzione che già esiste. Non da meno,c’è chi ritiene che la Bce debba essere messa nella condizione di fornire liquidità alle clearing houses, fornendo loro una linea di credito d’emergenza, in caso di necessità estrema.
A tutto questo si può arrivare, come suggerito dal Tribunale della Corte di Giustizia europea, modificando l’articolo 22 dello Statuto della Bce senza minarne l’indipendenza.
Resta ora da vedere se, nel testo definitivo con tutti i dettagli della riforma concordata nelle scorse ore tra Consiglio e Parlamento europeo, la supervisione della Bce sarà effettivamente allargata a tutte le clearing houses, anche quelle europee, o se invece questa riforma si limiterà ad attribuire più controlli alla Bce nei confronti delle controparti centralizzate non europee che però trattano con controparti europee, e soprattutto quelle che dopo Brexit apriranno un business in Europa continentale.
Il paradosso che va evitato è quello di una Bce che ha più poteri di vigilanza sulle CCPs non europee che su quelle europee: le piazze di Parigi, Francoforte e Lussemburgo, che ospitano le più grandi clearing houses europee, remano contro e premono per mantenere la supervisione dentro i confini nazionali e non trasferirla a livello europeo, tramite Esma e Bce.
In un discorso tenuto lo scorso novembre a Basilea, il membro del Comitato esecutivo della Bce Benoît Cœuré ha ricordato l’episodio del default di un trader controparte di una CCP svedese, su contratti per negoziare lo spread tra il mercato dell’energia elettrica in Germania e nei Paesi nordici: il meccanismo anti-default si è subito messo in moto, per poi incepparsi a causa della elevata illiquidità del mercato. Alla fine, il fondo anti-default della CCP si è ritrovato con un buco che è stato colmato dai membri della clearing house.

Isabella Bufacchi

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