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In 16 Paesi europei su 28 scatta la gogna fiscale

Svergognati. Umiliati. Disonorati. Screditati. Messi alla berlina di fronte ai parenti, ai vicini di casa e ai colleghi di lavoro. Dati in pasto ai media senza che nessuna legge sulla privacy possa porre un argine. Succede ogni anno agli evasori fiscali di 16 dei 28 Paesi dell’Unione europea. Succede anche negli Stati Uniti, in Australia e in Messico. Accade perfino in Nigeria e in Uganda, in Russia e in Corea del Sud. Un modo per combattere l’evasione fiscale, una piaga la cui gravità è stata sottolineata anche ieri dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

«Sbatti il mostro in prima pagina» era il titolo di un film del 1972 diretto da Marco Bellocchio e interpretato da un magistrale Gian Maria Volonté. Oggi i tempi sono cambiati e i “mostri”, in questo caso i nomi degli evasori fiscali, vengono “sbattuti” su una piazza virtuale senza più confini e visibile 24 ore su 24: il world wide web.

Decine, centinaia di migliaia di nomi galleggiano nel mare magnum di internet all’interno di liste pubblicate nei siti delle Agenzie delle Entrate e dei ministeri del Tesoro di almeno 26 Paesi nel mondo, di 23 Stati degli Usa, di decine di contee disseminate dalla costa atlantica a quella del Pacifico degli Stati Uniti. Messi insieme, uno dopo l’altro, questi nomi formano un elenco chilometrico a disposizione di tutti, curiosi e criminali inclusi.

“Fiume di denaro”, il format d’inchiesta multimediale del Sole 24 Ore, ha scandagliato in lungo e in largo (in collaborazione con Led Taxand, uno studio internazionale di fiscalisti) questa marea di dati realizzando un primo censimento delle giurisdizioni che hanno deciso di sbattere l’evasore in prima pagina sulla base di un principio saldamente incardinato nel Dna dei Paesi di cultura anglosassone: il “name and shame”. In italiano si potrebbe tradurre più o meno così: “Pubblico il tuo nome e ti svergogno”, cioé faccio sapere a tutti che sei un evasore fiscale, che non paghi ciò che devi alla collettività mentre, magari, il tuo vicino di casa si svena per versare al Fisco fino all’ultimo centesimo di imposte. L’obiettivo è colpire i furbetti con uno stigma che provochi disapprovazione sociale e funga da disincentivo all’evasione fiscale.

Il Paese più agguerrito nell’Ue è l’Irlanda, dove il libro nero degli evasori viene pubblicato dal 1997 e da tre anni viene continuamente aggiornato online. Per restare nel mondo anglosassone, gli elenchi vengono diffusi online anche nel Regno Unito, a cura dell’agenzia fiscale di Sua Maestà.

Nell’Europa continentale c’è un folto drappello di Paesi dell’Est che ha fatto proprio il principio del “name and shame”: Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, Croazia e Slovenia. Poi ci sono i tre Paesi Baltici: Estonia, Lettonia e Lituania. E scendendo verso sud, la Grecia (almeno fino a cinque anni fa) e Malta.

A Ovest c’è tutta la penisola iberica: Spagna e Portogallo. La Francia ha approvato una legge che impone la pubblicazione dei nomi dei condannati per evasione: è solo questione di tempo, poco per la verità, e si avranno i primi nomi. Il totale fa 16 e il numero salirà a 17 con la Francia. Per scendere nuovamente quando la Brexit diventerà realtà.

Da Dublino a Londra le differenze sono minime. Anche nel Regno Unito – che, come del resto l’Irlanda, è invece generoso nei confronti della privacy sulla tassazione applicata alle multinazionali – vengono pubblicati su Internet nutriti elenchi di evasori fiscali, dove oltre al nome è indicata anche la professione, l’indirizzo, la cifra evasa e l’entità della sanzione ricevuta. Colpisce la quantità di titolari di ristoranti e di take-away inseriti nella lista. Gli elenchi restano online per 12 mesi e prima della pubblicazione del libro nero, il contribuente viene informato dell’inserimento del suo nome.

Si varca il Canale della Manica e ci si dirige verso Est. I tre Paesi baltici hanno ognuno un proprio elenco. L’Estonia lo ha introdotto nel 2014 e inserisce tutti coloro che hanno un debito fiscale di almeno 1.000 euro. In Lettonia basta avere un debito con lo Stato di 150 euro per rientrare nella lista della vergogna, mentre in Lituania ci finiscono soltanto le persone giuridiche con arretrati fiscali di almeno 10mila euro.

A Est il principio del “name and shame” è stato assimilato senza colpo ferire. Praticamente quasi tutti gli ex Paesi del blocco sovietico o della ex Jugoslavia entrati nella Ue lo hanno adottato.

Ma sono gli Stati Uniti il Paese in cui il “name and shame” trova la sua applicazione più diffusa. Qui con il Fisco non si scherza. L’evasione fiscale è un reato gravissimo e le carceri sono piene di contribuenti che hanno evaso o frodato le tasse.

Ben 23 dei 50 Stati che compongono gli Usa mettono alla gogna chi ha dimenticato di saldare i conti con il Fisco, incluso il Delaware, che è diventato il paradiso fiscale numero uno negli Stati Uniti ma che non ha pietà nei confronti dei suoi contribuenti che non pagano le tasse.

Lasciamo gli Stati Uniti e scopriamo che il “name and shame” ha fatto proseliti anche al di là del muro che Donald Trump vuole costruire: in Messico. Qui l’ultimo elenco pubblicato comprende anche il nome di Vicente Fox, ex presidente messicano, che deve al Fisco del suo Paese 15 milioni di pesos, quasi 700mila euro. All’estremo Nord del continente, c’è anche il Canada.

In Asia ci sono Pakistan, Cina e Corea del Sud. Nel Pacifico c’è l’Australia e in Africa anche Nigeria e Uganda, dove l’elenco viene chiamato “shamelist”, lista della vergogna.

In Nigeria la graduatoria diffusa lo scorso settembre comprende 19.901 nomi di società che devono soldi allo Stato. Nell’elenco c’è anche la Obsanjo Farms Nig Ltd (Feedmill), controllata da Olusegun Obasanjo, presidente del governo militare della Nigeria tra il 1976 e il 1979, e poi rieletto democraticamente tra il 1999 e il 2007.Il giro del mondo finisce nelle Filippine, dove nel sito dell’ufficio del Fisco la pagina dedicata agli evasori è in costruzione.

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