L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia riservata a pochi studi strutturati. I dati del Rapporto sull’Avvocatura 2026 di Cassa Forense e Censis e del 2026 Artificial Intelligence Report di Secretariat e ACEDS descrivono, pur da prospettive differenti, una trasformazione ormai entrata nella quotidianità del lavoro legale.
L’adozione cresce rapidamente, soprattutto tra i professionisti più giovani, ma la conclusione comune è altrettanto chiara: il successo dell’IA legale si baserà sulla capacità degli avvocati di validare gli output, tutelare la riservatezza e sviluppare competenze digitali mirate.
Cassa Forense-Censis, Rapporto sull’Avvocatura 2026; Secretariat e ACEDS, 2026 Artificial Intelligence Report.
Dalla sperimentazione all’uso quotidiano
In Italia, la quota di avvocati che utilizza strumenti di intelligenza artificiale è passata, in un solo anno, dal 27,5% al 55,3%. Per il 30,1% degli intervistati l’impiego è aumentato in modo moderato, mentre il 13,4% segnala una crescita significativa. Solo lo 0,3% dichiara di averne ridotto l’utilizzo.
La diffusione, tuttavia, non è uniforme. Tra gli avvocati fino a 40 anni l’adozione raggiunge il 70,3%, scende al 57,3% nella fascia tra 41 e 50 anni e al 51,8% tra 51 e 64 anni. Tra gli over 64, invece, utilizza l’AI soltanto il 38,8%, mentre il 61,2% non l’ha mai impiegata per il lavoro. La professione procede quindi a due velocità, con una linea di separazione che riguarda non soltanto l’età, ma anche le competenze e i modelli organizzativi degli studi.
Il rapporto Secretariat-ACEDS, rivolto in particolare agli operatori del settore legale e dell’eDiscovery, restituisce un livello di penetrazione ancora più elevato: il 91% dei partecipanti ha utilizzato strumenti di AI generativa nell’ultimo anno, rispetto al 77% della precedente rilevazione. Il 48% sostiene ormai il costo di un abbonamento premium e il 64% prevede di incrementare ulteriormente gli investimenti. I dati non sono direttamente sovrapponibili, perché riferiti a campioni e contesti differenti, ma indicano la stessa direzione: l’AI ha superato la fase puramente sperimentale ed è diventata parte integrante dell’attività professionale.
Redazione e ricerca i principali utilizzi
L’attività nella quale l’intelligenza artificiale è maggiormente utilizzata è la redazione di documenti, seguono la ricerca sul web, la ricerca giuridica e la revisione documentale nell’ambito dell’eDiscovery.
Anche la scelta delle piattaforme si sta diversificando: tra gli strumenti più utilizzati spiccano ChatGPT e Microsoft Copilot, seguiti da Claude (che ha quasi raddoppiato la sua diffusione rispetto all’anno scorso) e Gemini.
Non sembra quindi profilarsi un’unica tecnologia dominante: gli operatori selezionano strumenti diversi in funzione dell’attività da svolgere.
Formazione e affidabilità sono i veri ostacoli
Non è l’aspetto economico a frenare la digitalizzazione degli studi legali italiani. Tra le principali criticità percepite dai professionisti spiccano la carenza di competenze tecniche e di un’adeguata offerta formativa, affiancata dal timore di inesattezze e limitata affidabilità degli output generati.
La rilevazione Secretariat-ACEDS conferma la centralità del tema della fiducia. Privacy e confidenzialità costituiscono il primo ostacolo all’integrazione dell’AI, ma, il timore delle allucinazioni registra l’incremento maggiore tra le criticità segnalate, salendo dal 31% al 46%. Il costo e la formazione sono entrambi indicati dal 40% del campione, ma seguono traiettorie opposte: il primo perde rilevanza, mentre la seconda diventa sempre più importante.
Dal vantaggio generazionale alla competenza organizzativa
Il 44,5% degli avvocati italiani ritiene che le nuove generazioni saranno le principali promotrici e utilizzatrici dell’intelligenza artificiale. Per il 24,1% potranno svolgere una funzione di “ponte”, accompagnando anche i colleghi più anziani verso questi strumenti. Il 23,7%, tuttavia, prevede una nuova forma di concorrenza tra chi utilizza l’AI e chi continua a operare senza.
Il dato forse più significativo è un altro: secondo il 24,5% degli intervistati, nel lungo periodo non sarà l’età a fare la differenza, ma la formazione e l’attitudine personale.
La capacità competitiva degli studi non dipenderà, quindi, dalla semplice disponibilità di una piattaforma, ma dalla costruzione di un metodo di lavoro.
Privacy, affidabilità degli output, formazione continua e definizione di adeguati sistemi di controllo emergono come le condizioni indispensabili affinché l’innovazione tecnologica possa tradursi in un reale valore aggiunto per la professione forense. In questa prospettiva, entrambi i report suggeriscono che il futuro dell’AI nel settore legale non dipenderà esclusivamente dall’evoluzione delle tecnologie, ma soprattutto dalla capacità degli operatori di adottarle in modo consapevole, trasparente e verificabile, mantenendo il controllo umano sulle decisioni che incidono sui diritti delle parti.
L’AI è già entrata negli studi legali: la sfida, ora, è evitare che la velocità dell’innovazione superi la capacità di governarla.
27.07.2026