Il gap retributivo fra i lavoratori under 35 e quelli sopra 50 anni è del 29,7% per cento. Sale al 42,4% nelle attività finanziarie e assicurative, e al 42,5% nei servizi di informazione e comunicazione. Lo rivelano le elaborazioni del Sole 24 Ore del Lunedì sui dati Inps dell’Osservatorio sui dipendenti del settore privato.
Crescita professionale, scatti di anzianità, premi di produttività e altri fattori possono far crescere in modo strutturale gli stipendi con l’avanzare dell’età. Ecco perché il gap generazionale nei salari oggi rappresenta la fragilità più concreta dei giovani a causa delle continue fiammate inflazionistiche.
L’analisi dei dati
Per sterilizzare l’effetto del lavoro “precario”, tipicamente più diffuso tra i giovani, abbiamo considerato solo i dipendenti con 52 settimane di lavoro, cioè attivi tutto l’anno, e con contratti full time. Confrontando le retribuzioni medie dei 5,7 milioni di lavoratori sotto 35 anni con quelle dei ben più numerosi (11,9 milioni) sopra i 50 anni, si nota che la paga media lorda dei giovani è di 97,3 euro a giornata, contro i 138,4 euro dei senior.
I giovani occupati stabilmente hanno in media un imponibile previdenziale di 29.569 euro, che si traduce in un netto in busta paga di circa 20mila euro annui. Gli over 50 hanno un lordo di 42.145 euro, cioè 28.443 euro netti, tolti l’Irpef e i contributi a carico del lavoratore.
Che un giovane guadagni meno di un collega con più anni di lavoro alle spalle è un fatto abbastanza intuitivo. Ma i dati raccontano anche il livello dei salari di ingresso. I giovani, ad esempio, sono spesso assunti con il contratto di apprendistato, che gode di uno sgravio contributivo per il datore ma consente di sottoinquadrare (e quindi di retribuire meno) il lavoratore, in virtù della valenza formativa del rapporto.
I rinnovi dei contratti collettivi arrivano spesso a distanza di anni, e questo ritardo penalizza sul piano retributivo e dell’adeguamento al costo della vita l’intera platea dei lavoratori: i Ccnl del settore privato in scadenza nel 2027 saranno 42, per oltre 6,5 milioni di addetti (si veda Il Sole 24 Ore del 12 ottobre).
Il divario fra le buste paga dei giovani e degli anziani si è ridotto di poco rispetto a dieci anni fa: nel 2014 era del 34,5 per cento. Se si considera il peso dell’inflazione, però, la retribuzione reale media dei giovani è praticamente invariata nei dieci anni presi in esame: in termini nominali è cresciuta del 17%, in termini reali (rivalutazione degli importi 2014 ai prezzi di oggi) la variazione è negativa, pari a -0,9 per cento.
Il divario retributivo fra generazioni, come detto, è più marcato nei servizi, ma varia molto tra settori produttivi. È più vicino alla media nelle attività manifatturiere (28,9%) e nel commercio (29,6%), mentre è più basso per chi lavora nei trasporti (18,5%), nei servizi di alloggio e ristorazione (19,2%), nella sanità e nell’assistenza sociale (13,7%). In questi ultimi comparti le retribuzioni sono più basse per tutte le classi di età.
Le contromisure in manovra
Proprio per sostenere il potere d’acquisto e l’autonomia dei giovani, il Governo sta studiando l’introduzione nella prossima legge di Bilancio di una tassazione agevolata per i lavoratori alla prima assunzione, al posto dell’Irpef ordinaria.
Tra le ipotesi un’imposta sostitutiva del 5%, eventualmente limitata al primo scaglione, o un abbattimento del 50% dell’imponibile. Da definire anche la soglia d’età: fissare l’asticella a 30 anni ridurrebbe l’esborso per l’Erario. Un prelievo fiscale più leggero potrebbe ridurre il peso del gap salariale sui più giovani, dando ossigeno alle buste paga delle nuove generazioni.

