03.09.2026

Eni firma intesa in Venezuela per sviluppare un giacimento

  • Il Sole 24 Ore

Un passaggio strategico nella mappa delle forniture energetiche globali e un tassello cruciale nell’articolato risiko geopolitico dell’America Latina. Eni consolida e rilancia in modo incisivo la propria presenza in Venezuela, mettendo la firma su un accordo che ne ridefinisce la portata operativa e industriale. Il gruppo ha siglato ieri a Caracas con la compagnia di Stato Pdvsa il “contrato de participación productiva de hidrocarburos” (Cpph), assumendo la gestione e il ruolo di operatore esclusivo dello sviluppo del super giacimento a olio pesante Junín-5, situato nella ricca Faja dell’Orinoco, dove l’azienda è presente dal 2010.

A testimoniare la rilevanza politica e diplomatica dell’operazione è la parata di vertici istituzionali che ha accompagnato la firma: il numero uno dell’Eni, Claudio Descalzi, e l’ad di Pdvsa, Héctor Obregón, hanno infatti sottoscritto l’intesa alla presenza della presidente incaricata venezuelana, Delcy Rodriguez, della ministra degli Idrocarburi Paula Henao e, soprattutto, del segretario all’Energia americano, Chris Wright.

«Questo accordo rappresenta un nuovo pilastro per il rilancio del settore oil&gas nel Paese, che avviene proprio in una fase storica in cui la sicurezza energetica, basata su abbondanza di risorse e diversificazione delle vie di approvvigionamento, risulta vitale per l’equilibrio mondiale. Il Venezuela può così imboccare un percorso di sviluppo energetico e crescita economica che potrà portare grande beneficio alla popolazione locale e alla disponibilità energetica globale», ha commentato l’ad Claudio Descalzi.

La presenza diretta dell’amministrazione statunitense alla cerimonia suggella il radicale cambio di passo avviato a inizio 2026 nelle relazioni tra Washington e Caracas. Dopo anni di stretto embargo — durante i quali le sanzioni Usa avevano condizionato l’operato delle grandi major oil costringendo, per esempio, l’Eni a congelare le attività petrolifere (lasciando la gestione di Junín-5 e Corocoro a Pdvsa) per limitarsi alla sola produzione di gas non sanzionata —, il quadro regolatorio è cambiato con l’emissione della General License 50 A: un’autorizzazione ad ampio spettro che consente al gruppo italiano di investire, operare ed eseguire transazioni commerciali nell’oil&gas venezuelano.

L’intesa su Junín-5, della durata di 25 anni, si colloca dunque in scia a quel cambio di passo e concretizza l’accordo programmatico dello scorso 28 aprile con l’adozione del nuovo regime contrattuale introdotto dalla riforma della legge organica degli idrocarburi approvata dall’assemblea di Caracas. Questo schema supera il vecchio modello della “empresa mixta” Petrojunín (dove Eni deteneva il 40% e Pdvsa il 60%) e affida a San Donato la piena responsabilità tecnica, finanziaria e commerciale alla quale fa capo il mandato operativo su un asset straordinario: 35 miliardi di barili di petrolio in posto certificati. Con l’obiettivo di incrementare la produzione attuale – ferma ad appena 12 mila barili al giorno -, fino a raggiungere i 400mila barili giornalieri entro la fine della decade a fronte di un investimento di circa 1,5 miliardi di dollari l’anno che dovranno essere sostenuti dalla jv. Mentre nel complesso, considerando tutti i giacimenti, non solo Junín-5, l’Eni sarebbe in grado di raggiungere nel lungo termine, secondo fonti di mercato, un milione di barili di produzione al giorno.

Presente nel Paese dal 1998, Eni non ha mai abbandonato il presidio locale. Con 64mila barili equivalenti al giorno prodotti nel 2025, il gruppo rimane il perno del sistema energetico venezuelano grazie soprattutto al gigante a gas offshore Perla (licenza Cardón IV, partecipata al 50% con Repsol).

Perla copre da solo il 35% del gas totale consumato nel Paese e soddisfa il 50% della domanda delle centrali elettriche a gas, garantendo stabilità alla rete nazionale. Il recente sustainability agreement e l’accordo firmato con la presidente Rodriguez non solo hanno stabilizzato le forniture interne per il 2026, ma aprono la strada alla valutazione di progetti di esportazione di gas naturale e liquidi tramite infrastrutture di liquefazione offshore (Lng), trasformando il Venezuela in un potenziale hub d’esportazione regionale.