Qualcuno parla di “greedflation”, inflazione da avidità: le imprese hanno approfittato degli aumenti di energia e materie prime per giustificare rialzi dei prezzi eccessivi, accrescendo i profitti e disinteressandosi delle conseguenze. Esistono stime, ben accreditate: tre economisti della Bce hanno pubblicato nel blog della banca centrale un’analisi in cui si calcola che, nell’Eurozona, metà della fiammata dei prezzi nella seconda metà del 2022 è stata determinata dall’incremento degli utili delle imprese, ben più di quanto abbiano pesato gli aumenti salariali. Il fenomeno non è sconosciuto: «Quando svaniscono le cause che hanno inizialmente determinato l’inflazione, le aziende si guardano bene dal ridurre i prezzi dei prodotti, se non lo fanno i concorrenti. Non è necessario stabilire un cartello, basta tenersi d’occhio l’un l’altro, un’alleanza di fatto che le dottrine antitrust hanno da sempre messo a fuoco», osserva Lucio Poma, capo economista della società di ricerca Nomisma. «Molto dipende, ovviamente, dalla situazione di ogni singola impresa, se è in grado di trasferire ai clienti gli aumenti che ha subìto a monte e poi di mantenerli nel tempo», dice Poma, che fa l’esempio delle pompe di benzina: «Più sono vicine, più sono costrette a ridurre i prezzi, appena il petrolio scende. Ma se gli automobilisti devono fare molta strada per trovare un’alternativa, allora è chiaro che la discesa sarà più lenta».
Naturalmente molto varia a seconda dei settori. Se si estrae gas è un conto, se si vende elettricità un altro. Così come se si fabbricano prodotti destinati al grande pubblico o beni di lusso. Qualche esempio si trova nei bilanci delle società quotate. Moncler nel 2022 ha visto il fatturato crescere del 25%, mentre la redditività operativa (prima di oneri finanziari e imposte) è cresciuta ancora di più, del 29,8%. La Lamborghini, proprietà tedesca (Audi) ma cuore produttivo bolognese, ha visto il fatturato crescere del 21,9%, mentre il risultato operativo è balzato addirittura del 56,4%: nessun dubbio che i facoltosi clienti non abbiano fatto una piega, se volevano aggiudicarsi uno dei suoi bolidi, prenotato con largo anticipo. Se invece si opera nei beni di largo consumo, gli effetti dell’inflazione possono essere più difficili da arginare. C’è chi ce l’ha fatta alla grande: L’Oréal nel 2022 ha visto il fatturato crescere del 18,5%, l’utile operativo del 21%. È chiaro che se ti presenti nella grande distribuzione con le dimensioni di scala del colosso francese degli shampoo, dettare le condizioni è più facile. Ma non sempre basta. Un altro gigante di caratura mondiale, la svizzera Nestlé, ha faticato di più: le vendite sono cresciute dell’8,4%, l’utile operativo “soltanto” del 5,5%.Anche in Italia l’industria è nel complesso riuscita a ribaltare sui prezzi i maggiori costi. Cerved, tech company specializzata nell’aiutare le aziende a gestire il rischio di credito, stima che nel 2022 il fatturato della totalità delle imprese sia aumentato del 19,4% rispetto al 2021. Depurando il dato dall’inflazione, si ha una crescita reale del 3,5%, comunque positiva. Lo stesso è previsto accadere quest’anno e il prossimo: nel 2024 il fatturato sarà maggiore del 27,6% rispetto al 2021 in termini nominali, del 5,1% in termini reali. Non bisogna però farsi abbagliare da tanta brillantezza. Perché in Italia ci sono molte piccole e medie imprese, che rischiano di soffrire. Se si considera solo l’universo delle 160 mila Pmi, accanto ad alcuni risultati superiori a quanto si potesse temere, non mancano zone d’ombra.
Cerved stima che nel 2022 il loro fatturato sia cresciuto del 2,4% in termini reali, il margine operativo lordo (compresi ammortamenti e svalutazioni) addirittura del 2,9%: «Questo significa che sono riuscite a contenere le spese fisse, a trasferire sui listini gli aumenti dei prezzi, a beneficiare dei sostegni offerti dai governi», dice Antonio Angelino, capo della ricerca di Cerved. Le zone d’ombra: se si entra nei diversi settori, i risultati sono molto eterogenei e alcuni subiranno un duro colpo dall’aumento dei tassi e quindi degli oneri finanziari sul debito, che sta spingendo in rosso il risultato netto.
Nel settore del latte e derivati si prevede che abbia chiuso il 2022 in perdita il 64% delle Pmi, contro il 25,8% del 2021. Il dato è previsto esplodere in tanti altri settori, carta per la casa (62,9%), mobili per cucina (46,7%), piastrelle (46,3%). «Le imprese più piccole, dotate di minor potere negoziale, sono quelle stanno soffrendo maggiormente», spiega Angelino. Ovviamente ci sono i baciati dalla sorte, legati al boom dei prezzi dell’energia: nella raffinazione di prodotti petroliferi la quota di bilanci 2022 in perdita è prevista scendere al 5,6% (dall’8,3%), nella vendita di gas all’8,1%. Performance che, tuttavia, non sono sufficienti per evitare un tracollo della media nazionale: è previsto chiudere il 2022 in perdita il 27,9% delle Pmi, dal 12,2% del 2021.«Ci sono diversi segnali che indicano un quadro in peggioramento nel 2023 anche a livello di margine operativo lordo: il calo del tasso di natalità delle imprese, la crescita dell’indebitamento, l’aumento dei mancati pagamenti », dice Angelino, secondo il quale le imprese devono agire rapidamente per porre rimedio: «È importante che mantengano il focus sulla maggiore efficienza e sul recupero di competitività, grazie ad esempio alla digitalizzazione e all’automazione dei processi. Non bisogna pensare che l’aumento del Pil nel primo trimestre del 2023 (+0,5% su base congiunturale, ndr) indichi che la tempesta è passata, perché un’inflazione elevata come quella attuale finirà per colpire la domanda».