Il 29 aprile «Warborn è intervenuto al Forum sulla leadership economica delle Pmi prima alle 9.30 come presidente di “Sme Europe” e poi alle 10 come relatore dell’Omnibus I». L’episodio fa parte del dossier presentato in apertura della Plenaria al Parlamento Europeo dall’associazione ambientalista francese Bloom, per denunciare il conflitto d’interessi di
Jörgen Warborn, deputato svedese del Ppe e relatore del pacchetto di “semplificazioni” che oggi dovrebbe avere il via libera definitivo a Strasburgo, nonostante il voto contrario non solo di Left e Verdi, ma anche di S&D che, come Renew, fa parte della maggioranza che appoggia la Commissione.
L’Omnibus I, costituisce l’ennesimo colpo al Green Deal: riscrive a fondo le norme sulla due diligence e sulla rendicontazione di sostenibilità messe a punto dalla precedente Commissione Ue, rinviandone l’entrata in vigore e soprattutto ridimensionandone fortemente la portata. Il rinvio si prospetta, con il voto di mercoledì, anche per le norme per combattere la deforestazione. «Le regole del Parlamento Ue, esplicitate nel nuovo Codice di condotta, sono
chiare e obbligano gli europarlamentari a dichiarare i casi di conflitto di interessi – sottolinea Mario Furore (Left-M5S) – ma così non è stato fatto da Warborn e il provvedimento che verrà votato sembra infatti dettato da qualche multinazionale. Questo caso dimostra ancora una volta che l’Ue è soffocata da vergognosi conflitti di interesse».
La denuncia di Bloom non è la sola: la stessa questione è stata sollevata anche da Transparency International e da The Good Lobby. Warborn è presidente di Sme Europe, che si definisce sul proprio sito «la più grande organizzazione politica in Europa che opera per i diritti delle piccole e medie imprese», dal settembre 2024. In più, in una lettera inviata alla presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola, Bloom accusa il deputato di aver agito in coordinamento con gli Stati Uniti, ricordando come il voto del 13 novembre, il primo via libera all’Omnibus, sia stato celebrato su X dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt e dal segretario alle Risorse Naturali Doug Burgum come «la distruzione di un pilastro del Green Deal grazie alla pressione degli Stati Uniti».
«Non possiamo appoggiare questo risultato del negoziato – afferma Brando Benifei (S&D-Pd) – perché è uno svuotamento quasi totale della legge, e una presa in giro per le tante aziende, anche italiane, che avevano investito per essere sostenibili non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sociale». Le norme infatti puntavano a garantire che non venissero sfruttati i lavoratori, neanche nelle filiere. Secondo l’analisi di S&D la versione uscita dal negoziato con Commissione e Consiglio, oltre a limitare l’applicazione delle norme a poche grandi imprese, «svuota la responsabilità civile europea, rimette tutto agli ordinamenti nazionali, indebolisce l’accesso alla giustizia per le vittime, riduce l’effetto deterrente della due diligence». «Mi asterrò: il testo attuale va molto indietro rispetto all’approccio della scorsa legislatura – ribadisce Sandro Gozi (Renew) – e poi c’è un contesto di maggioranza politica troppo spostata a destra, noi lavoriamo per maggioranze centriste. Non parlo a nome di tutto il mio gruppo, dove convivono sensibilità diverse».