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Risparmio gestito da record. La raccolta sale a 11,5 miliardi

Si chiude in crescendo il primo trimestre 2016 del risparmio gestito: a marzo gli investitori hanno sottoscritto fondi comuni di investimento e gestioni patrimoniali per 11,5 miliardi di euro, che si sommano ai 9 miliardi di febbraio e ai 6 miliardi di gennaio.
Le statistiche della raccolta diffuse da Assogestioni, l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio, evidenziano anche che dopo qualche mese i fondi (+7,1 miliardi), sono tornati a riscuotere più successo delle gestioni (+4,3 miliardi).
Dei 7,1 miliardi confluiti nei fondi, tuttavia, solo 4,7 sono andati a prodotti di lungo termine, che rispondono alla volontà di trovare un’allocazione duratura del portafoglio, mentre l’abbondante fetta residua (pari a 2,4 miliardi) è stata parcheggiata nei fondi monetari, con una finalità di più breve respiro. A parità di denaro disponibile, la scelta dei monetari può in parte spiegare la preferenza degli strumenti di investimento collettivo, perché sono più snelli delle gestioni, viceversa impostate con obiettivi definiti e più lontani nel tempo.
Il ribasso in picchiata dei mercati azionari a inizio anno, che si è placato a solo metà febbraio per lasciare spazio a un andamento alquanto umorale dei listini, ha certamente alimentato il desiderio di spostare i capitali in ambiti finanziari più riparati. Infatti, la raccolta dei monetari da gennaio costituisce quasi il 60% di quella complessiva sulle varie categorie (7,5 miliardi su 12,9).
In realtà, in un mondo di tassi negativi, pure l’investimento monetario con buona probabilità erode il capitale investito, perché i rendimenti sono sotto zero per gran parte dei titoli a breve termine (quelli dei BTp fino alla scadenza biennale) e sulla quota dei fondi gravano commissioni di entrata e di gestione, e persino qualche commissione sui risultati, sebbene non sempre corrispondano a un incremento assoluto del valore. Ma l’avversione al rischio degli investitori doveva essere elevata – e vedremo se si sarà ridimensionata nelle prossime rilevazioni – se la seconda categoria di fondi più gettonata a marzo è stata quella degli obbligazionari (+ 2,1 miliardi), che pure è passibile di cali; le flessioni sono giunte puntualmente sulle emissioni più sicure a partire da inizio aprile, speculari a un rimbalzo più solido degli indici azionari, e su quelle meno affidabili già una quindicina di giorni prima.
La terza tipologia di fondi che ha incassato di più, sulla carta in linea con l’esigenza di diversificare il patrimonio e diminuire il rischio, è quella dei flessibili (+1,5 miliardi), spinti dagli strumenti “multiasset”, cioè che puntano su molteplici attività (dalle azioni all’immobiliare, passando per le materie prime).
Ad azionari e bilanciati, invece, sono andate le briciole (+747 e +454 milioni, rispettivamente). Peccato, perché in marzo i fondi azionari in media hanno guadagnato il 2,7% e quelli bilanciati l’1%.
In generale, le masse gestite (fondi e gestioni) sono salite al record di 1.854 miliardi di euro (da 1.822), anche grazie al valore aggiunto dai gestori, oltre che alle nuove sottoscrizioni.
Il traino alla raccolta è arrivato dai due gruppi maggiori per dimensioni: il Gruppo Generali ha collocato 2,8 miliardi, di cui due sui fondi comuni, e il Gruppo Intesa Sanpaolo 2,6 miliardi, supportati da un aumento di 1,5 miliardi delle gestioni riservate a investitori istituzionali.

Marzia Redaelli

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