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Marcegaglia, 1 miliardo d’investimenti «Accordo con le banche per la crescita»

Il Gruppo Marcegaglia chiude il 2021 con ricavi per 7,7 miliardi di euro, 5,810 milioni di tonnellate di prodotti finiti venduti e un Ebitda di 632,6 milioni, il 120% rispetto al 2020. L’utile netto è stato di 313 milioni, il patrimonio netto sale a 1,360 milioni. Si tratta dei risultati migliori assoluti nella storia del gruppo siderurgico mantovano, spinti anche dalla dinamica positiva dei prezzi dell’acciaio, oltre che dalla domanda in ripresa e dal migliore mix di prodotto. Il Gruppo, che ha ridotto la posizione finanziaria netta a 190,5 milioni (dai precedenti 470) si prepara ora a tornare sul mercato del credito, con un’operazione da un miliardo di euro complessivi. Le previsioni per l’anno in corso, confermano gli stessi vertici, sono orientate a un’ulteriore progressione dei ricavi, raggiungendo 9 miliardi, vale a dire quasi il doppio rispetto al risultato di due anni fa. «Nei primi quattro mesi – spiegano Antonio ed Emma Marcegaglia, rispettivamente presidente e vicepresidente del Gruppo – il fatturato è stato superiore ai 3 miliardi, il 50% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Fino a Pasqua l’andamento degli ordini è stato buono, trainato dall’effetto Pnrr e dalla liquidità del sistema. Indubbiamente il conflitto ucraino ha prodotto rallentamenti, che si accompagnano a un aumento dei prezzi anomalo, che preoccupa. Nella seconda parte dell’anno potrebbe registrarsi una prima flessione, ma in generale ci attendiamo per il 2022 un risultato simile a quello dell’anno scorso».

In questi ultimi mesi l’azienda ha dovuto nuovamente mettere alla prova, come già durante il periodo del Covid e dei lockdown, la propria capacità di reazione e di adattamento al contesto di mercato. «La crisi nel bacino del mar Nero ha rivoluzionato la nostra catena di approvvigionamento – spiegano i due fratelli -. In generale possiamo contare su di un network di fornitori articolato, che comprende, in Europa, ArcelorMittal, l’ex Ilva, il Gruppo Arvedi, Salzgitter. Ma nello specifico delle lamiere da treno, come tutti i player dell’area di S.Giorgio di Nogaro, eravamo in larga parte dipendenti da Metinvest e Severstal». Due realtà che, per ragioni diverse – il player ucraino ha perso con la guerra l’Azovstal di Mariupol, mentre il gruppo russo, sanzionato, non può esportare – non possono più rifornire i clienti in occidente. «In pochi giorni – spiegano i fratelli Marcegaglia – abbiamo dovuto spostare 300mila tonnellate di acquisti in Asia: in India, Vietnam, Malesia e Cina, dove fino a oggi non avevamo mai acquistato bramme. Un’operazione che siamo riusciti a governare senza troppe criticità, grazie alla nostra dimensione, l’assortimento e le relazioni maturate da tempo con i fornitori».

Il ricorso a nuovo credito prevede ora circa 700 milioni di rifinanziamento delle linee a medio termine in scadenza nel 2024, ai quali si aggiungono 200 milioni per investimenti e 100 milioni di credito revolving. Si tratta di un’operazione a sei anni che vede coinvolto un pool di banche che comprende, tra gli altri, Intesa Sanpaolo (global coordinator), UniCredit, Bnp Paribas, Santander, Crédit Agricole e Cdp. «È la prima operazione Esg linked in questo settore – sottolineano Emma e Antonio Marcegaglia – con kpi (indicatori chiave di performace, ndr.) legati a obiettivi di efficienza energetica e a indici di frequenza sulla sicurezza del lavoro. Le risorse serviranno a finanziare il nostro piano di investimenti a sei anni da un miliardo, ma anche, considerando una cassa di circa 900 milioni, a sostenere eventuali acquisizioni». Il Gruppo, secondo indiscrezioni, sta conducendo una due diligence su almeno due dossier in Europa. «Abbiamo in pipeline da due a quattro iniziative – confermano i due fratelli -, sia in Italia che all’estero. Non escludiamo verticalizzazioni sia a monte che a valle: rispetto all’operazione su Terni, che avrebbe assorbito maggiori risorse sia a livello finanziario che manageriale, puntiamo a un ventaglio diversificato di opzioni, con acquisizioni, investimenti diretti o partnership industriali. Un primo obiettivo di fondo è ribilanciare le iniziative in portafoglio, con un maggiore focus su tubi saldati e acciai speciali, oltre che sulle lamiere da treno. Le variabili esogene legate all’introduzione del Cbam (carbon border adjustment mechanism) e alla regionalizzazione dei mercati spingono inoltre a cercare nuove soluzioni che permettano da una parte di ridurre l’impatto ambientale delle attività, dall’altra di ridurre la dipendenza dalle importazioni». A Taranto, intanto, l’azienda ha promosso un progetto-pilota di laminazione di bramme inossidabili («l’ex Ilva ha capacità di laminazione in eccesso e ci è stata formulata una proposta» spiegano i fratelli, sottolineando che i rapporti con le forniture di Ast, ora del gruppo Arvedi, proseguono inalterate rispetto al passato). Sul versante green invece il gruppo ha già compiuto un passo importante, a livello internazionale, partecipando con una quota al primo round di investimento da 105 milioni in H2GS green steel, la start up che punta a realizzare in Svezia un impianto in grado di produrre dal 2024 acciaio da idrogeno verde. «Parteciperemo entro l’estate al secondo round – confermano i fratelli Marcegaglia -, ma abbiamo anche un ruolo industriale, con l’impegno a un offtake di 200mila tonnellate, oltre a un ruolo nel supervisory board». A Ravenna, infine, Marcegaglia sarà il primo utente industriale per un progetto di carbon capture in consorzio con Eni e Snam.

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