15.12.2025

L’Italia non riesce ancora ad attirare i capitali esteri

  • La Repubblica

La recente promozione del debito italiano da parte di Moody’s è un importante segnale di fiducia da parte del sistema finanziario internazionale ma non è ancora abbastanza per rendere il Belpaese una delle mete preferite dei capitali esteri. Seppur molto importante, la solidità dei conti pubblici è solo uno dei numerosi fattori che spingono un investitore estero a puntare su un determinato Paese. Ci sono per esempio i tassi di crescita economica, le dimensioni del mercato borsistico, l’efficienza del settore bancario e numerosi altri elementi. Ed è a causa di molte debolezze, ormai diventate croniche, che l’Italia resta poco attrattiva da un punto di vista finanziario. Secondo l’Associazione italiana banche estere (Aibe), che ha messo a punto un Super index che misura proprio l’attrattività di un Paese per gli investitori esteri, siamo posizionati meglio di Cina, India e Brasile, ma ancora lontani dai vertici della classifica che sono occupati da Germania, Canada e Australia. Il nostro punteggio è pari a 63,8 (nona posizione su 18 componenti del G20), a fronte del valore massimo di 100 fatto segnare da Berlino. Fanno meglio di noi anche Regno Unito (81,6), Francia (80,3) e Stati Uniti (74,2). «Nel corso degli ultimi anni – si legge nella più recente edizione (ottobre 2025) del rapporto Aibe – si è diffusa una certa visione virtuosa dell’Italia, come se alcune tare storiche fossero state superate, con il rientro del Paese all’interno di quei parametri ritenuti normali per un’economia avanzata come la sua. Osservando, tuttavia, i dati nel medio periodo nel confronto con le altre economie europee, emerge un quadro per certi versi più complesso, in cui la percezione di un avanzamento italiano è in larga parte imputabile al peggioramento
delle condizioni delle economie degli altri Paesi europei».


Ne è un perfetto esempio lo spread fra i titoli decennali italiani e tedeschi. Il divario di rendimento è sì sceso sotto i 100 punti base, il che rappresenta un’ottima notizia, ma la convergenza è stata dettata più dall’avvicinamento del Bund al Btp che non il contrario. Oggi il Btp decennale rende il 3,5%, un valore superiore a quelli fatti registrare nel periodo antecedente al 2014. Lo stesso discorso vale per l’indebitamento pubblico, che ha mostrato un miglioramento rispetto ai picchi della pandemia ma al 30 dicembre scorso viaggiava comunque su valori vicini al 135% del Pil, superiore rispetto a quelli del 2019. Anche per quanto riguarda la dimensione del mercato dei capitali, l’Italia non sembra ancora aver superato il nanismo di Piazza Affari, che non favorisce un’ampia ed efficiente circolazione dei
capitali. La sua dimensione è di poco inferiore a quella della Borsa spagnola, ma è decisamente più piccola se messa in relazione al Pil: 34% per l’Italia e 46% per la Spagna. Essa è inoltre circa un terzo della Borsa tedesca e di quella francese, e poco più di un quinto di quella del Regno Unito.
L’ambito in cui l’Italia ha mostrato una buona disciplina, sicuramente maggiore rispetto a quelli di altri grandi Paesi Ue, è quello del rigore fiscale. Su questo fronte spiccano le performance negative di Francia e Gran Bretagna, i cui rapporti deficit-Pil sono rispettivamente al 5,8% e 6%, a fronte del 3,4% vantato dall’Italia, che non è così distante dal
2,7% della Germania. Anche in questo caso va però rilevato il netto peggioramento del risultato di Berlino che, in un passato non troppo lontano, aveva vantato addirittura un avanzo delle finanze pubbliche.
E a convincere Moody’s ad alzare il rating dell’Italia per la prima volta dopo 23 anni è stata proprio la traiettoria dei bilanci italiani, caratterizzata da un avanzo primario che, dopo essersi riaffacciato nel 2024, arriverà quest’anno allo 0,9% del Pil (20 miliardi), per poi salire fino all’1,9% (46,5 miliardi) nel 2028.
Fra i 13 indicatori utilizzati da Aibe per l’elaborazione del Super index l’Italia riporta il miglior risultato sulla quota di export sul Pil, posizionandosi al quinto posto, mentre quello peggiore riguarda la percentuale di persone in età attiva, che la vede al terzultimo posto, con solo Francia e Giappone che fanno peggio.
Per quanto riguarda gli altri indicatori, il posizionamento dell’Italia è sempre intorno alla metà della classifica: ottavo posto per il Pil pro capite, undicesimo per gli investimenti diretti esteri, decimo per il livello di innovazione e nono per il livello di corruzione.
«Dalle precedenti osservazioni – conclude il report di Aibe – si comprende chiaramente il motivo per cui l’Italia rimanga stazionaria al nono posto nella classifica del Super Index riguardante le economie più avanzate. Il suo apparente avanzamento si scontra con una serie di nodi storici che sono lungi dall’essere sciolti, lasciando sicuramente spazio al riconoscimento di aver saputo navigare nelle acque incerte degli ultimi anni, ma chiamando a massima cautela nella celebrazione per il raggiungimento di supposti grandi traguardi».