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Gentiloni al lavoro sul governo “Non potevo tirarmi indietro”

SVUOTATO ma calmo, come sempre. Mentre Roma si risveglia, si incolla al telefono. Vicino alla finestra, perché con muri tanto spessi il cellulare prende a fatica. La prima chiamata è per Luigi Zanda, un amico. La seconda per Matteo Renzi, un altro che ha dormito male e ha scritto post fino a notte fonda su Facebook. Mentre fa colazione, ascolta i consigli della moglie Manù – più a sinistra di lui – e trascrive i consigli degli amici. «Avremo due parole d’ordine – appunta sul taccuino – sociale e Sud». All’incarico mancano quattro ore. «E mi devo abituare ad essere chiamato Presidente».
Via XX settembre è deserta. I due militari di guardia rischiano di congelare, la scorta presidia il portone. Si affacciano due agenti della questura, impostano le nuove misure di sicurezza. «E quindi Mattarella l’ha già chiamato? », domanda il barista sotto casa. Sì, il cerimoniale del Capo dello Stato conferma l’appuntamento: ore 12.30, Quirinale. Dalla residenza sarebbero soltanto ottocentoquaranta metri, ma non c’è tempo per passeggiare. L’auto di servizio entra nel cortile. È il gran momento. Prima di montare su, saluta tre cugini che lo applaudono. «Speriamo bene…», si lascia sfuggire. Le telecamere lo braccano. Gentiloni fa “ciao ciao” con la mano e sorride, deponendo per la prima volta la corazza tutta sguardo basso e loden. Faccia a faccia con Mattarella si fissano i primi paletti. «Non è stato facile – lo rincuora il Presidente – ma ne stiamo venendo fuori». Dopo quaranta minuti l’aspirante premier affronta la stampa. Ricorda la «coerenza » di Renzi nel dimettersi, promette tempi rapidi per superare la crisi. «Sono consapevole dell’urgenza di dare all’Italia un governo nella pienezza dei poteri – spiega – per rassicurare i cittadini e affrontare le priorità internazionali, economiche, sociali e la ricostruzione dopo il terremoto ». Sarà un esecutivo nel solco dell’attuale maggioranza, conferma: «Non per scelta, ma per responsabilità, vista l’indisponibilità delle maggiori forze di opposizione ». Dopo la visita di protocollo ai Presidenti delle Camere, Gentiloni si rinchiude alla Farnesina. Nella sede del Pd, d’altra parte, non ha neanche una stanza. Nei corrodoi deserti del ministero, invece, gli fanno compagnia soltanto gli alberi di Natale – un numero insolitamnete alto, quest’anno – e due carabinieri che presidiano lo studio. Assieme al segretario particolare Luca Badoer riceve la visita dei ministri Padoan e Martina, Calenda e De Vincenti. A loro anticipa quel che dirà più tardi a Montecitorio: «Questo è un governo senza aggettivi, senza limiti temporali prefissati, ma è chiaro che stiamo in piedi finché abbiamo la fiducia ». E finché tiene il Pd, par di capire. Alla Camera è anche più esplicito: «Lavoro per raffreddare il clima. Mattarella mi ha chiamato e non potevo rifiutare».
Ai consiglieri di una vita – Ermete Realacci, Michele Anzaldi, Filippo Sensi e Roberto Giachetti – racconta la fatica di costruire una squadra di governo all’altezza, che vuole far giurare già domani per incassare la fiducia mercoledì. Non è facile sfuggire agli appetiti di Denis Verdini, però. E quando a sera incontra il leader di Ala (oggi completerà le consultazioni), resta un po’ spiazzato. «Presidente – è l’esordio del ras toscano – ti dono tre libri. Il Principe di Machiavelli, che può tornarti utile a Chigi. Un volume sulla dinastia dei Medici, così puoi conoscere bene i fiorentini. E infine questo, che parla di Einstein e di una cena tra fisici quantistici…». Di più non dice, perché il tempo stringe e Verdini vuole discutere di poltrone.
A notte fonda l’incaricato torna a casa. Sul portone del Palazzo svettano due numeri civici, finiscono per 17 e 18. Come l’orizzonte temporale del suo governo, se finisse nel 2018. Prima di provare a riposare, però, c’è tempo per un sorriso. Sembra passata un’eternità, ma sono trascorsi soltanto due anni da quando il suo amico e pupillo Sensi – impegnato a Chigi con Renzi – chiese all’allora parlamentare semplice Gentiloni la cortesia di incontrare due giornalisti coreani al posto suo. Aveva tempo a disposizione, allora. La politica come un’impressionante montagna russa.

Tommaso Ciriaco Alberto D’Argenio

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