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Fondo salva-Stati, la difesa di Monti

BRUXELLES — Il mercato unico europeo rischia di frantumarsi a causa degli eccessivi spread, i differenziali di rendimento fra i titoli di Stato dei Paesi più fragili e quelli della solida Germania. Ma è un fattore sempre «cruciale» per far ripartire la crescita, per rafforzare la competitività delle imprese. Mario Monti lo ricorda all’Europarlamento, in un messaggio diffuso in teleconferenza proprio per il ventesimo anniversario della nascita del mercato unico: «Per via degli spread eccessivi, imprese che hanno la stessa affidabilità creditizia di altre hanno poi un accesso al credito a tassi molto diversi a seconda della loro collocazione nel mercato unico».
Quello rimbalzato a Bruxelles dalla Web-cam è anche un messaggio diretto altrove, però: a Berlino, L’Aia ed Helsinki, capitali dei tre Paesi rigoristi che hanno appena rimesso in discussione l’azione dell’Esm, il nuovo Fondo salva-Stati, e il piano anti-spread preparato dalla Banca centrale europea per stabilizzare i titoli più in difficoltà. Germania, Olanda e Finlandia avevano accettato quelle decisioni, prese al Consiglio europeo di fine giugno. Ma ora, forse preoccupate del proprio elettorato, sembrano far marcia indietro. E dunque è rivolto soprattutto a loro, il monito del primo ministro italiano: «Bisogna consolidare le decisioni prese dal Consiglio europeo di giugno sulla stabilizzazione dei mercati dei titoli sovrani, e sulla ricapitalizzazione diretta delle banche da parte dell’Esm, non appena sarà in funzione il meccanismo unico di sorveglianza bancaria», affidato alla Bce.
«Bisogna consolidare» significa che non è stato ancora fatto, 4 mesi dopo. Traduzione: «Non distraiamoci». E Monti torna anche su altri concetti: il sistema di risoluzione delle crisi bancarie con «un’autorità unica europea» e il meccanismo europeo di garanzia dei depositi. È il ritratto del sistema unico di regole, della futura unione bancaria per l’Eurozona, molto invocata ma tuttora sospesa nei cieli europei.
Mancano ormai due giorni all’altro Consiglio europeo, al vertice dei capi di Stato e di governo del 18-19 ottobre. Il momento è ancora una volta assai delicato. Da una parte la Bce, il Fondo monetario internazionale e la Commissione Ue rilevano insieme segni di ottimismo all’orizzonte, e parlano di concedere alla Grecia i sospirati due anni in più di tempo per rinsaldare le proprie casse; mentre da Roma la Banca d’Italia dice che il debito pubblico è sceso in agosto a 1.975 miliardi, quasi due miliardi in meno rispetto a luglio (e le entrate tributarie sono cresciute in otto mesi del 2,8%, oltre 257 miliardi). Dall’altra parte, però, altri malati dell’Eurozona continuano a manifestare una febbre che non passa. È il caso della Spagna, ancora in serie difficoltà: dovrebbe firmare la sua richiesta di aiuti a novembre, e per questo il suo salvataggio non sarà forse all’ordine del giorno del vertice, come non lo saranno gli aiuti alla Grecia. Si parlerà soprattutto di unione bancaria. Ma nessun Paese può dirsi ancora in convalescenza, né i medici sono ancora sicuri delle proprie ricette: come ha detto ieri Monti, «le proposte legislative ci sono ma l’approvazione non va abbastanza veloce».

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