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I corvi in azione al Csm Indagine sui verbali che accusano le toghe

La stagione dei corvi si abbatte, ancora una volta, sulla magistratura italiana. Per un anno – da aprile del 2020 fino a qualche settimana fa – in un momento cruciale per la storia del nostro Paese (la pandemia, la crisi del governo Conte e l’arrivo dell’esecutivo Draghi), mentre il Consiglio superiore della magistratura rischiava il collasso per la vicenda Palamara, mani diverse veicolavano all’interno dello stesso Csm, e anche alle redazioni dei giornali, atti riservati di indagine (coperti da segreto istruttorio) in grado di esercitare una forza di intimidazione e ricatto sugli organi istituzionali: l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, i vertici di alcuni uffici giudiziari e dei più importanti apparati istituzionali del Paese. Quel materiale sono le confessioni, si fa per dire, di uno degli uomini neri dello scandalo che nell’estate del 2019 ha travolto pezzi di potere giudiziario e politico italiano: l’avvocato siciliano Piero Amara.
È lui che ha riempito almeno sette verbali, a fine del 2019, davanti ai pm di Milano raccontando fatti – alcuni veri, altri verosimili ma anche vicende incredibili – al momento assolutamente non riscontrati. Decine di pagine nelle quali fa nomi di altissimi magistrati, politici, organi istituzionali riuniti in una loggia segreta: Ungheria. E accusa l’allora premier Conte di aver avuto consulenze d’oro e vantaggi, dal gruppo, quando era soltanto un autorevole avvocato civilista. «Solo calunnie, di cui chiederò conto in ogni sede » ha risposto l’ex presidente.
I verbali al Csm
I primi a conoscere i segreti di Amara sono due espertissimi pubblici ministeri di Milano, titolari dell’indagine: Paolo Storari e Laura Pedio. Siamo a dicembre 2019 e l’avvocato siciliano mette a verbale fatti e circostanze tutte da verificare. Poco dopo, secondo la ricostruzione che fanno oggi le procure, uno dei pm, Paolo Storari, decide di portare quel materiale a Roma, nel cuore del Csm, affidandolo nelle mani dell’allora consigliere Piercamillo Davigo, che conosce da sempre. È la primavera del 2020, tra marzo e aprile, quando il sostituto di Milano incontra a Palazzo dei Marescialli l’ex leader di Autonomia e Indipendenza : Storari lascia a Davigo i verbali in cui si parla di vari magistrati e anche del Consiglio superiore. Una mossa del tutto irrituale. Ma – per quello che risulta a Repubblica – il magistrato milanese ha raccontato di aver compiuto quel gesto non come illecito, ma come un atto quasi dovuto per il buon esito dell’indagine. Un tentativo di autotutela. Ha infatti spiegato, persino dinanzi al suo capo Francesco Greco, di aver compiuto quella scelta perché preoccupato dall’“immobilismo” che registrava intorno a quelle accuse. Storari avrebbe temuto che quelle dichiarazioni dell’avvocato Amara, seppur ancora da approfondire, fossero finite in un nulla di fatto. «Quando mi chiameranno, io dirò quello che devo dire», sono le uniche parole che il pm ha riferito in queste ore alle persone a lui più vicine. Ciò che sorprende, tuttavia, è un’altra, del tutto inedita, conseguenza: il silenzio (almeno in apparenza) di Davigo, dopo aver ricevuto quel plico. E le confidenze di un collega stimato come Storari.
La reazione di Davigo
Da aprile a ottobre 2020, mese in cui Davigo lascia il Csm per raggiunti limiti di età (con relativa aspra diatriba) , l’ex consigliere non rivelerebbe a nessuno della visita di Storari. Parla, però, sembra in maniera assolutamente generica e vaga, con il vicepresidente David Ermini di una indagine a Milano che potrebbe coinvolgere nomi importanti. E che, dunque, potrebbe fare molto rumore. Perché Davigo non fa una relazione? A chi ha raccontato di essere stato il destinatario di quei documenti? Agli atti c’è soltanto la rottura con il collega di Csm Sebastiano Ardita, con cui nel 2015 aveva contribuito a fondare la corrente Autonomia&indipendenza. Il nome di Ardita è nei verbali che Davigo riceve.
Si muove il corvo
La procura di Milano, siamo alla fine del 2020, decide di inviare per competenza a una serie di procure le confessioni dell’avvocato Amara affinché vengano effettuati i riscontri del caso. A Roma, però, negli uffici del Consiglio superiore della magistratura c’è chi teme che quelle parole rimangano lettera morta. Secondo la ricostruzione che ne fa la procura di Roma, una su tutte: Marcella Contrafatto, funzionaria storica del Consiglio superiore della magistratura, compagna di un importante magistrato romano e fino a qualche giorno prima nella segreteria del consigliere Davigo. Secondo le indagini dei pm di Roma, è la Contrafatto a far recapitare al Fatto Quotidiano un plico con i verbali di Amara. Lo stesso plico che qualche settimana dopo verrà consegnato anche al consigliere del Csm, l’ex pm antimafia Nino Di Matteo. E, infine, siamo a inizio 2021, le stesse carte arrivano anche alla redazione di Repubblica .
Le indagini non hanno accertato come la Contrafatto sia venuta in possesso del plico consegnato da Storari a Davigo. Né perché si sarebbe preoccupata di fare da “postina” con i giornali. Certo è che la donna ha ottimi rapporti personali con Fabrizio Centofanti, faccendiere accusato di essere uno dei corruttori di Luca Palamara. Uno di quelli, insomma, che aveva interesse a far crollare il sistema. Le denunce dei giornalisti
I giornalisti che ricevono il plico mangiano, però, la foglia. Si accorgono che i verbali non sono firmati. E si rendono conto che è in corso, da parte di ignoti, un’azione di dossieraggio assai poco chiara. Al Fatto Quotidiano il fascicolo finisce sul tavolo di Antonio Massari che li consegna alla procura di Milano per gli accertamenti del caso. A Repubblica , mesi dopo, arriva un plico simile (con due verbali in meno, però, rispetto all’altro quotidiano) a Liana Milella che denuncia i fatti alla procura di Roma. Dopo le denunce la Guardia di Finanza si muove e identifica quella che ritengono essere il corvo: la funzionaria Contrafatto, appunto. Il dossier non è stato inviato soltanto ai giornalisti. È anche sul tavolo di alcuni consiglieri del Csm. Di uno certamente: Nino Di Matteo.
Il corvo indagato
Quando Di Matteo lo riceve accompagnato da una lunga lettera anonima nella quale si denuncia il presunto immobilismo della magistratura sull’argomento – l’ex pm di Palermo lo mostra per primo a un collega, Sebastiano Ardita. E lo fa perché, come si è detto, in un verbale Amara cita espressamente Ardita. La cosa sembrerebbe restare, per lo meno fino a quel momento, negli uffici del Csm. Fin quando, nel marzo scorso, lo stesso Di Matteo informa il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, di aver ricevuto quello strano plico. Glielo dice in occasione dell’audizione di Cantone al Consiglio, quando è chiamato a parlare della vicenda Palamara. Ricevuta l’informazione, Cantone immediatamente si mette in contatto con il vertice della procura romana Michele Prestipino. E l’indagine – che si muove sull’asse Milano-Perugia- Roma – ha un’accelerazione. La Finanza individua la Contrafatto. La interroga. E arriviamo così a mercoledì 28 aprile. Il Consiglio si riunisce in mattinata. Il primo a prendere la parola è proprio Di Matteo: «Ritengo doveroso rendere edotto il Consiglio di una vicenda che ritengo importante. Nei mesi scorsi ho ricevuto un plico anonimo recapitatomi tramite spedizione postale contenente una copia informale e priva di sottoscrizioni di interrogatorio di un indagato risalente al dicembre del 2019 innanzi a un’autorità giudiziaria. Nella lettera anonima che accompagnava il documento quel verbale veniva ripetutamente indicato come segreto. Nel contesto dell’interrogatorio l’indagato menzionava in forma evidentemente diffamatoria se non un consigliere di questo organo. Auspico pertanto che le indagini in corso possano far luce sugli autori e sulle reali motivazioni della diffusione di atti giudiziari in forma anonima all’interno di questo Consiglio superiore».
L’inchiesta di Perugia
Le dichiarazioni di Amara non sono rimaste lettera morta. La Procura di Perugia “eredita” tutto il materiale che, a Milano, l’avvocato siciliano (che ha patteggiato una condanna a due anni e 8 mesi per corruzione in atti giudiziari) ha riversato nelle sue confessioni e che riguardano l’esistenza di quella presunta loggia “Ungheria”. Oltre che al presunto coinvolgimento in vari affari di magistrati romani per cui è competente Perugia. I pm del capoluogo umbro avviano una serie di verifiche. Dunque, scatta l’inchiesta . Il procuratore Cantone è a lavoro. E alcune toghe sarebbero, anche a loro tutela, già indagate.
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