In un Paese che perde 110-120mila studenti all’anno per via della denatalità, e dove, ancora oggi, 15-20mila laureati ogni anno scelgono di andare all’estero per migliorare vita e lavoro, spesso tutte e due, far conoscere le opportunità che alcuni titoli di studio, più che altri, offrono ai nostri giovani può essere quanto mai utile. Perché se è vero che dal 2019 al 2026 sono stati “recuperati” in classe circa 520mila ragazzi, l’altra faccia della medaglia mostra che continuiamo ad avere il 13,3% di giovani tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano (i cosiddetti «Neet», percentuale che sale al 15,6% se si guarda alla fascia di età 15-34 anni), e ancora oggi più di due aziende su tre con ricerche di personale in corso fanno fatica a trovare i talenti necessari. Le criticità riguardano soprattutto le competenze tecniche, indicate dal 55,8% delle imprese con difficoltà (fonte CsC). Uno scenario allarmante, specie per la manifattura, che è la spina dorsale del Paese, alle prese con cambiamenti epocali, dall’AI alla rivoluzione green, che richiedono sempre più profili “ben formati”. Soprattutto profili scientifico-tecnologici, come evidenzia un focus di Unioncamere-Ministero del Lavoro che domani sarà al centro di Job Evolution e che vi anticipiamo.
La fotografia è piuttosto chiara: nel quinquennio 2025-2029, le previsioni del Sistema di monitoraggio Excelsior mostrano che le opportunità di lavoro nel nostro Paese non mancheranno, ma saranno sempre più concentrate in determinati percorsi di studio, e in specifiche competenze, dove è previsto un gap tra domanda delle imprese e offerta. In termini generali, il fabbisogno occupazionale complessivo per i cinque anni sarà tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori di cui il 35,7%-37,1% (parliamo di 1,2-1,3 milioni di unità) riguarderà personale in possesso di una formazione terziaria.
Nello specifico, il fabbisogno annuo di laureati sarà di 244-264mila unità, a fronte di circa 274mila giovani formati ogni anno. Fermarsi al dato complessivo è però fuorviante perché al suo interno si nascondono forti squilibri tra i percorsi di studio. Le competenze Stem, ad esempio, saranno particolarmente richieste: 80-86.500 laureati necessari ogni anno contro circa 73.400 disponibili, con un gap tra domanda e offerta di circa 6.600-13.100 giovani l’anno.
Maggiore domanda rispetto all’offerta è prevista soprattutto per gli indirizzi di laurea medico-sanitario (43.400-45.700 richiesti contro 34.300 disponibili: gap di circa 9.100-11.400 unità l’anno), economico-statistico (47.900-52.300 contro 39.600: gap di circa 8.300-12.700), in ingegneria (39.500-42.600 richiesti contro 32.100 disponibili: gap di circa 7.400-10.500 unità l’anno) e scienze matematiche, fisiche e informatiche (13.100-13.900 contro 10.800: gap di circa 2.300-3.100).
Anche nei percorsi tecnico-professionali il fabbisogno supererà l’offerta prevista: 170.500-193.700 persone richieste ogni anno contro circa 154.200 formate, con un gap di circa 16.300-39.500 giovani l’anno.
Il problema c’è anche a livello di istruzione secondaria, come sa il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che a ridosso di Natale manda ai genitori una corposa lettera con tutti gli scenari del mercato del lavoro. Perché se i trend di iscrizione (che vedono ormai stabilmente oltre il 50% degli studenti scegliere il liceo) non si invertono, ogni anno rischiamo di avere, da un lato, fino a 110mila posti vacanti tra tecnici e qualifiche professionali e, dall’altro, 60mila liceali disoccupati.
Sempre secondo Excelsior, dal 2025 al 2029 le aziende richiederanno complessivamente circa 1,6-1,8 milioni di lavoratori in possesso di un diploma di secondo grado (310-360 mila in media all’anno). In gran parte si tratta di diplomati degli istituti tecnici e professionali: annualmente ne serviranno tra 160mila e 186mila unità. A tassi di iscrizione invariati, però, sul mercato ce ne saranno solo 153mila. Con una carenza di lavoratori con diploma tecnico o professionale che potrà variare tra 7mila e 33mila unità all’anno. A soffrire di più sono gli ambiti meccanico, meccatronico, energia, non a caso quelli più impattati da Industria 5.0: le imprese richiederanno tra 19mila e 22mila di questi talenti. Ma dai percorsi scolastici ne usciranno, ogni anno, appena 9mila o poco più.
All’opposto troviamo i liceali. Qui, sempre dal 2025 al 2029, i posti di lavoro da coprire con un diploma liceale sono stimati tra 25mila e 30mila annui. Un dato, in un certo senso, in linea con la loro tendenza prevalente a proseguire poi gli studi all’università. Tant’è che su dieci ragazzi iscritti agli atenei, ben sette provengono da un liceo, due hanno frequentato un tecnico, uno un istituto professionale. E quindi non sorprende che ci sia un surplus di offerta di liceali rispetto alla domanda: da classico, scientifico, scienze umane e così via si stima una richiesta annua tra i 12.800 e i 14.900 giovani a fronte di una offerta di 74.200. Che annualmente significano, più o meno, 60mila disoccupati potenziali.
«Il capitale umano del futuro sarà sempre più il risultato di una combinazione di competenze: conoscenze tecniche e digitali, capacità di leggere e utilizzare i dati, familiarità con l’intelligenza artificiale, ma anche autonomia, problem solving, collaborazione e capacità di adattamento – ha sottolineato Andrea Prete, presidente di Unioncamere -. In un mercato del lavoro in rapida trasformazione, scuola, università, Its Academy, formazione professionale e formazione continua non possono più essere tappe separate, ma devono diventare parti di un unico sistema di apprendimento permanente, capace di accompagnare le persone lungo tutto l’arco della vita lavorativa. È anche da questa capacità di apprendere e rinnovarsi che dipenderà la competitività del nostro sistema produttivo».
Per iniziare a prendere di petto questa situazione, il governo Meloni ha lanciato un maxi piano di potenziamento delle discipline Steam (si è aggiunta la “a” di arte) nei programmi scolastici e a settembre è divenuta ordinamentale la nuova e innovativa filiera formativa tecnologico-professionale, il cosiddetto modello 4+2 (quattro anni di scuola superiore più due anni negli Its Academy).
Insomma, si sta tentando di avvicinare la scuola al lavoro, travolto dalle nuove tecnologie, a cominciare dall’intelligenza artificiale. Secondo le ultime rilevazioni di Excelsior, il 12,4% delle imprese utilizza tecnologie legate all’AI: la quota però sale al 47,5% nelle imprese con 500 dipendenti e oltre e scende al 14,8% nelle piccole imprese (10-49 dipendenti) e al 9,9% nelle microimprese (1-9 dipendenti).
La dimensione demografica renderà il tema ancora più rilevante: in una fase di riduzione della popolazione in età lavorativa, la capacità di utilizzare le tecnologie digitali e l’AI si intreccerà sempre più con l’esigenza di valorizzare meglio il capitale umano disponibile e di accompagnare i lavoratori nei cambiamenti delle attività e dei ruoli. E nel far ciò formazione e politiche attive saranno centrali.