Il management Tim resta in sella anche dopo la conclusione dell’Opas di Poste italiane, che oggi detiene quasi l’87% del capitale della società guidata da Pietro Labriola. A margine di un convegno alla Camera, alla specifica domanda sulla conferma del management attuale, l’ad di Poste, Matteo Del Fante, ha risposto: «Certo che sì». Del resto l’operazione che ha portato Poste a rilevare il controllo della compagnia è stata condotta in spirito di collaborazione tra le due società con l’obiettivo di sprigionare importanti sinergie, ottenendo il supporto del consiglio di Tim che arriverà a naturale scadenza la prossima primavera.
Gli occhi adesso sono puntati sulle riunioni dei cda delle due società, che si terranno tra un mese. Tim ha spostato al 10 novembre l’esame dei conti del terzo trimestre (l’11 è in programma la call con gli analisti), proprio per allinearsi al calendario di Poste che riunirà il cda l’11 novembre, con la call il giorno successivo. Non mancheranno le domande su quali siano ora le intenzioni del nuovo azionista sul destino di Tim, anche se per la presentazione del piano di integrazione bisognerà attendere fino al primo trimestre dell’anno prossimo.
Poste ha comunicato a inizio mese di essere salita in Telecom all’86,952% del capitale, rispetto all’85,823% detenuto a conclusione dell’Opas, con acquisti sul mercato. Ma non è detto che questo segnali necessariamente la volontà a breve di superare la soglia del 90% oltre la quale si aprirebbe una fase di potenziale procedura di delisting. Volendo, Poste ha la facoltà di acquistare altri titoli sul mercato a condizione di non superare il prezzo di riferimento dell’Opas nell’arco dei sei mesi successivi alla conclusione dell’operazione, prezzo che – sulla base delle quotazioni dell’offerente al 20 marzo scorso (21,46 euro) – è stato indicato in 6,65 euro per azione (0,218 euro il concambio più 1,97 euro in contanti per ogni azione Telecom consegnata). A questo prezzo rilevare un ulteriore 10% di Telecom costerebbe più di 1,4 miliardi, comunque non poca cosa.
C’è anche un’altra operazione che in teoria potrebbe provocare il superamento della soglia del 90% e cioè la cessione di Sparkle, promessa a Mef e Retelit per 700 milioni, al cui perfezionamento era legato l’avvio di un buy-back da 400 milioni, che era stato previsto prima che si materializzasse l’offerta di Poste, ma che comunque finora non è stato ufficialmente cancellato. La data ultima (long-stop date) entro la quale avrebbe dovuto essere perfezionata la cessione, passata la quale le parti potrebbero ritirarsi dal contratto, è stata spostata in avanti più volte, da ultimo al prossimo 15 ottobre. Tuttavia, poichè manca ancora l’ok dell’Antitrust Usa, che tarda ad arrivare, a quanto risulta si sta già valutando di prorogare ulteriormente i termini fino a fine anno.
Ad ogni modo se Poste non ha superato subito con l’Opas la soglia del 90%, creando così le condizioni per centrare l’obiettivo dichiarato del delisting, secondo gli operatori di Borsa, è dovuto anche all’incertezza fiscale sul trattamento delle plusvalenze. Una questione che non è stata ancora chiarita e che avrebbe già portato distorsioni sul mercato, con trattamenti differenti a seconda dell’intermediario al quale gli investitori si sono rivolti. Il problema è sorto sulla valorizzazione della componente in azioni dell’Opas, sulla quale calcolare la plusvalenza tassata, come per la parte in contanti, al 26%. Sulla base di una risposta che aveva fornito l’Agenzia delle entrate nel 2020, a un interpello per un precedente caso, il valore di “scarico” delle azioni consegnate in Opas sarebbe dovuto essere il più alto tra la media delle quotazioni di Poste moltiplicate per il cancambio di 0,218 e il valore delle quotazioni di Telecom nel mese precedente il regolamento delle azioni, quotazioni queste ultime che erano più alte incorporando già il valore complessivo dell’Opas, parte cash compresa. Alla media delle quotazioni di Telecom si sarebbe dovuta aggiungere poi la parte cash di 1,97 euro, con la conseguenza che il valore di scarico fiscale, in questo modo, è risultato essere superiore di quasi 2 euro a quello effettivo. Non tutti gli intermediari si sarebbero attenuti però a queste indicazioni con la conseguente penalizzazione della parte di aderenti che ha pagato imposte superiori, recuperabili in tempi incerti e forse solo parzialmente.