22.07.2022 Icon

Tuffi spericolati in piscina: non sempre spetta il risarcimento

Dopo aver trascorso una giornata all’insegna del divertimento in un parco acquatico, una donna sostiene di aver riportato un grave trauma cranico per un forte impatto con l’acqua dopo avere utilizzato una specifica attrazione.

Si tratta di uno scivolo di immissione in piscina.

In primo grado l’attrice ottiene il risarcimento dei danni, ma in secondo grado la decisione viene riformata, adducendo la Corte d’Appello che l’attrazione non fosse pericolosa, ma conforme agli standard previsti per questo tipo di strutture.

Avverso la sentenza di secondo grado, la donna propone ricorso per Cassazione lamentando, con il principale motivo, la violazione dell’art. 2051 c.c. relativo al danno cagionato dalle cose in custodia.

Il ricorso viene però dichiarato inammissibile.

Specifica la Corte di Cassazione che nella vicenda in esame, il danno fisico subito dalla ricorrente è successo a prescindere dall’impatto avvenuto sull’attrazione acquatica, ma che la lesione vascolare si è presentata per altri problemi di salute.

La Corte, infatti, non ha mai affermato quello che la ricorrente sostiene “ossia che nel giudizio di risarcimento del danno da cose in custodia, il custode risponde anche se resta ignota la causa del danno”, avendo la stessa “affermato invece il ben differente principio secondo cui, a condizione che sia certa la derivazione del danno dalla cosa, resta irrilevante la circostanza che non si riesca a stabilire in che modo o con quale meccanismo la cosa abbia prodotto il danno”.

Dunque la Corte di Cassazione conferma la decisione di secondo grado e rigetta il ricorso.

Autore Valeria Bano

Senior Associate

Milano

v.bano@lascalaw.com

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