21.06.2022 Icon

Titolo condizionato e regime probatorio

Nei giudizi di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., nel caso in cui sia azionato un titolo sottoposto a condizione, il creditore procedente può essere chiamato a provare, oltre all’esistenza del titolo stesso, anche l’avveramento della condizione. 

Con la sentenza n. 15376/2022 del 13.05.2022, la Corte di Cassazione ha chiarito quali obblighi spettano al creditore nel caso di titolo condizionato o da integrare con dati extratestuali, come nel caso di sentenza che accerta il diritto di rivalsa che, di fatto, sorge dal momento in cui le spese vengono effettivamente sostenute, anche in merito all’individuazione del quantum.

Nella vicenda in esame, il creditore procedente notificava l’atto di precetto – poi opposto – fondato su sentenza di condanna alla rivalsa di spese da sostenere per la trascrizione di un atto di compravendita; nonché per le spese di condanna derivanti da altro e autonomo giudizio.

A seguito di appello avverso la sentenza emessa dal Giudice di prime cure, la Corte di Catania, verificata la mancata prova circa all’effettivo esborso di tali somme, accoglieva l’opposizione del debitore e, per l’effetto, invalidava l’atto di precetto.

La Suprema Corte, investita della questione, ha fatto luce in merito all’eventualità in cui sia azionato un titolo da integrare con dati al di fuori del testo della sentenza e, conseguentemente, circa la distribuzione dell’onere probatorio tra le parti del giudizio.  

Precisamente, dapprima confermando il principio – ormai saldo – che, nel giudizio di opposizione all’esecuzione, l’opponente ha veste formale e sostanziale di attore, pertanto, di regola, tenuto a provare qualsiasi fatto estintivo o modificativo, idoneo ad inficiare sul diritto del creditore a procedere esecutivamente nei suoi confronti (Cass. n. 3477 del 2003Cass. n. 1328 del 2011Cass. n. 12415 del 2016Cass. n. 17441 del 2019); ha poi precisato che il creditore opposto è tenuto a dimostrare l’avvenuto pagamento delle somme di cui richiede la restituzione a titolo di rivalsa. 

Ed infatti, come già argomentato dalla medesima Corte con sentenza n. 2469 del 2003, “Sebbene la condanna alla rivalsa presupponga il già avvenuto pagamento, ad opera di colui in favore del quale la condanna è emessa, di quanto della rivalsa medesima debba formare oggetto, tuttavia non può negarsi l’interesse della parte a richiedere tale condanna, in via condizionata, contestualmente all’accertamento del proprio diritto, fermo restando che tale diritto non sorge se non a seguito dell’avvenuto pagamento della somma di cui il “solvens” pretende di ottenere rivalsa da altri. Su una tale domanda di condanna il giudice è dunque tenuto a provvedere, non potendo limitarsi a considerarla assorbita in quella di mero accertamento del diritto di rivalsa, essendo quest’ultima inidonea alla formazione di un titolo esecutivo”.

Tuttavia, il Giudice di legittimità ha tenuto a precisare che tale ulteriore onus probandi grava sul creditore esclusivamente nel caso in cui vi sia specifica contestazione, ciò nel rispetto del principio della domanda, ovvero di quanto concretamente eccepito nell’atto introduttivo del giudizio, idoneo a delimitare il thema decidendum. Trattasi, pertanto, di eccezione non sollevabile d’ufficio che esula dall’indagine del Giudice in mancanza di espressa domanda.

Proprio in virtù di tale limite, la Suprema Corte, accertata la carenza della contestazione in parola nell’originaria opposizione a precetto, ha accolto la domanda di rigetto.

Cass. civ., sez. III, 13 maggio 2022, n. 15376

Luana Pirrera – l.pirrera@lascalaw.com

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