25.07.2022 Icon

Sovraindebitamento e i costi delle esecuzioni immobiliari: il premio “norma della discordia” va’ all’art. 111-ter L.F.!

Il Tribunale di Milano ha recentemente dipanato un’intricata questione che segue il solco già tracciato con altre decisioni analoghe, dimostrando l’orientamento ormai granitico in materia seguito dalla Sezione.

Il caso di specie si fonda su un giudizio di reclamo ex art. 36 L.F. avverso il progetto di riparto redatto dal Liquidatore in una procedura di liquidazione del patrimonio ai sensi della L. n. 3/2012. Oggetto del contendere è il riconoscimento, in prededuzione ex art. 111-ter L.F., delle spese sostenute dal reclamante, nella sua qualità di creditore procedente, nella procedura esecutiva immobiliare pendente nel momento in cui è stato emesso il decreto di apertura della liquidazione, in quanto – asseritamente – da ritenersi alla stregua del compenso dell’OCC e del Liquidatore.

Ben si comprende, dunque, il motivo per cui il reclamante ha proposto reclamo avverso il progetto di riparto della procedura di liquidazione del patrimonio in quanto – come ben sanno gli addetti ai lavori – i costi sostenuti nelle procedure esecutive pendenti anteriormente all’apertura del sovraindebitamento sono sempre da inquadrare come perdita.

Orbene, la parte reclamante intendeva censurare il provvedimento per i seguenti motivi: a) il mancato ed espresso riferimento all’applicabilità dell’art. 111-ter L.F. in sede di progetto di stato passivo e di progetto di riparto in luogo, invece, dell’art. 14-duodecies, comma 2, della L. n. 3/2012 che è stato richiamato solo nel progetto di stato passivo; b) la ritenuta tardività delle censure in merito al quantum del credito prededucibile per la mancata impugnazione dello stato passivo sul punto, per essere il primo atto lesivo il progetto di riparto e per non avere il Giudice Delegato motivato sul punto.

Il tribunale meneghino prima facie ha ritenuto non meritevole di pregio la seconda doglianza della ricorrente – peraltro ritenuta assorbente – sottolineando a caratteri cubitali che “il provvedimento impugnato meriti integrale conferma, atteso che, come noto, il reclamo avverso il progetto di riparto si limita alla sola violazione di legge, in virtù del rinvio all’art. 36 LF, cioè a questioni di puro diritto (ad es. graduazione dei crediti, collocazione sulle sottomasse, difformità del credito rispetto al provvedimento di immissione allo stato passivo) o a questioni di fatto che coinvolgano questioni di diritto (ad es. sussistenza del bene oggetto di prelazione speciale o verificarsi dell’evento cui è condizionato l’accantonamento specifico), dovendo il quantum essere censurato coi rimedi previsti avverso lo stato passivo, al fine di evitarne la cristallizzazione, che diversamente – come nel caso di specie – si realizza”.

Ma vi è decisamente di più.

In merito al restante motivo di impugnazione, si rileva che sussistono due orientamenti giurisprudenziali distinti in materia ed il Tribunale di Milano predilige l’orientamento secondo il quale si ritiene sussistente “la sostanziale identità ontologica tra la procedura di liquidazione disciplinata dalla cd. Legge Usura e il fallimento (v. Trib. Como 18.12.19, Trib. Bari 3.6.21) … in quanto la tesi della qualificazione della liquidazione di cui agli artt. 14-ter ss L. 3/12 come procedura concorsuale – dalla quale discende necessariamente l’applicabilità dell’art. 111-ter L.F. – risulta corroborata sia dalla giurisprudenza di legittimità, sia dalla medesima normativa regolativa del sovraindebitamento, sia dalla disposizione del codice civile che regola i rapporti tra privilegi sugli immobili e spese di giustizia”.

In conclusione, a sostegno di quanto sopra esposto, il Collegio ha osservato che, in virtù della teoria giurisprudenziale cd. “dei cerchi concentrici” nelle procedure concorsuali la sfera della concorsualità presenta un “progressivo aumento dell’autonomia delle parti man mano che ci si allontana dal nucleo(la procedura fallimentare) fino all’orbita più esterna (gli accordi di ristrutturazione dei debiti), passando attraverso le altre procedure di livello intermedio (es. le amministrazioni straordinarie, la liquidazione degli imprenditori non fallibili, il concordato preventivo, ecc…)”.

Ne deriva che l’art. 6, comma  1, L. n. 3/2012, menzionando le “procedure concorsuali diverse da quelle regolate dal presente capo”, lascia intendere in maniera non troppo velata che anche le procedure regolate dalla stessa norma debbano considerarsi – a tutti gli effetti – procedure concorsuali.

Seguendo tale impostazione, non si può non ritenere che l’art. 2770 c.c. impone la prevalenza delle spese di giustizia sul privilegio speciale immobiliare, quando le prime riguardino l’espropriazione “cui devono essere necessariamente assimilate quelle funzionali all’apertura del concorso nel fallimento e nella liquidazione exartt. 14 ter ss. L. 3/2012”.

Per questi motivi, il Tribunale, dichiarando inammissibile il reclamo, depone in modo inequivocabile per la natura concorsuale del sovraindebitamento, la cui “sostanziale identità ontologica” con il fallimento giustifica la – tacita – applicabilità dell’art. 111-ter L.F. in materia di sovraindebitamento.

Autore Matteo Stroppa

Trainee

Milano

m.stroppa@lascalaw.com

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