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Lagarde: «Bce, gli aiuti restano» Ma la vera partita si decide a giugno

In ventidue anni, accanto ai successi, la Banca centrale europea ha fatto registrare errori entrati nei libri di storia. Alzò i tassi nel luglio nel 2008, mentre il mondo stava entrando nell’occhio del ciclone della peggiore crisi finanziaria dagli anni ‘30. Li alzò anche nell’aprile e nel luglio del 2011, con l’area euro nel pieno di convulsioni che ne minacciarono la sopravvivenza. In entrambi i casi la banca trovò la forza di correggersi e cambiare rotta, prima in modo limitato e poi drasticamente.

Rispetto a questi precedenti, qualunque passo falso la Bce di Christine Lagarde possa muovere nei prossimi mesi sarebbe minore. Sarebbe anche più rapidamente rimediabile, dato che la banca centrale ha ancora circa 900 miliardi da spendere del suo programma di emergenza di acquisto di titoli deciso con la pandemia. Ma quando ieri la presidente francese ha terminato la sua conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo, restava difficile dire se l’istituto il 10 giugno prossimo riuscirà a evitare un classico errore commesso in passato: anticipare troppo il momento in cui riduce il sostegno all’economia, sopravvalutando la tenuta della ripresa. Lagarde sembra consapevole del rischio. Ha definito una ritirata dalle politiche attuali di sostegno «prematura» e avvertito che «resta un lungo cammino prima di poter attraversare il ponte della pandemia».

Francoforte

La presidente: resta un lungo cammino prima di poter attraversare il ponte della pandemia

Ma l’incertezza su quel che accadrà in giugno rimane e difficilmente verrà dissipata prima di allora. La decisione sul tavolo di Francoforte sembra marginale rispetto ad altre del passato ma non lo è, per un’area che fra la fine del 2020 e i primi mesi di quest’anno è tornata in recessione a causa delle restrizioni da Covid. Il grande stimolo di bilancio americano ha fatto salire i tassi di mercato anche in Europa e, con quelli, il costo di un mutuo immobiliare per una famiglia o di un prestito per un’impresa. Marco Valli di Unicredit stima l’aumento del costo nominale medio in area euro a dieci anni dello 0,30% rispetto a dicembre, quando le condizioni erano definite dalla Bce «favorevoli» come la banca desiderava. Per contrastare quell’aumento — che comporta una stretta monetaria nel pieno di una recessione gravissima — la Bce a marzo aveva promesso di aumentare «in modo significativo» il ritmo degli acquisti di titoli per tre mesi. Dunque fino a giugno. L’impegno si è poi tradotto in un’accelerazione limitata, che non ha riportato il costo di mercato del credito ai livelli più bassi di dicembre.

Ora i banchieri centrali più conservatori iniziano a chiedere che la Bce avvii un’uscita graduale dalla fase degli interventi d’emergenza. L’olandese Klaas Knot ha ipotizzato che da giugno il volume degli acquisti cali. Lagarde non sembra pensarla così, ma ieri non ha chiarito se ritiene accettabile — o meno — l’aumento dei tassi di mercato visto negli ultimi due mesi. La partita resta aperta più che mai. E ne va della tenuta futura del debito delle famiglie, delle imprese e anche del governo italiano.

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